giovedì, aprile 23, 2009



C'è un mio acuto senso di colpa costante nell'aver smesso di scrivere di politica.
Vado a vedere, e l'ultimo post politico è datato 12 marzo, e non è neppure un granchè.
Ma c'è di peggio, c'è che io adesso compro il Manifesto e leggo le pagine di politica solo se ho finito tutte le altre, compresa l'economia.
Che, voglio dire, allora potrei abbonarmi a Gente.
Perchè non ce la faccio.
Il privato si fa strada a gomitate, ogni volta che mi metto davanti al computer.
C'è anche che quest'anno il mio è un privato ingombrante. Elefantesco. E ingestibile.
Ma c'è anche che, da una parte, non posso negare un mio triste declino nell'insofferenza.
E dall'altra faccio i conti con una felice scelta lavorativa che mi porta a fare politica tutti i giorni, veramente, sul territorio, così il mio dna politico va a rovesciarsi lì, e lascia spazio al privato, nel privato.
Non come prima che mi si confondevano i piani continuamente.

C'è però che vorrei parlarvene ogni tanto, del mio lavoro politico, non solo nelle sue parti divertenti, ma non è facile perchè è un lavoro dei piccoli risultati, è un lavoro da sette passi da formica, quattro passi da gambero.
Ottenere un dialogo tra una ragazzina tamil e un'ecuadoriana, vederle confrontarsi sulla loro cultura, per me è un lavoro politico, è un grande risultato.
Ma poi racontarvelo, quello è difficile.

Perchè, e questo mi sembra il punto, anche noi ci siamo abituati a questa legge dei grandi numeri, ai risultati Ponte sullo stretto di messina, ai risultati Tav, ai Concerti di capodanno, a Quanti eravamo in corteo? seimmmmilioni.
Visibilità, dicono tutti.
Un progetto invisibile non interessa più a nessuno.

Ma io è un mese che mi tengo sul gozzo questa cosa della CGIL che ci ha fatto partire con i pullman mezzi vuoti al corteo di Roma.
Questo è quello che ci succede ad accettare la legge della visibilità: che siamo pochissimi compagni in tantissimi pullman vuoti.
Invece io avrei preferito 30.000 persone che ascoltano un discorso profondo, piuttosto che due milioni ad ascoltarne uno inconcludente.

Allora, adesso che è il 25 aprile, io scrivo questo post di politica e cerco di buttare lì un che fare, anche come risposta all'amica E, anche come incentivo alla Streganocciola che la deve smettere di intristirsi anche per il mondo, se già lo fa per sè stessa.

Io penso che la nostra rivoluzione, adesso, è trovarci i nostri percorsi antifascisti invisibili.
Nel personale, sicuramente, perchè io credo che il trucco di Teresa Noce fosse quello di sentirsi preziosa dentro, preziosa per sè e per la rivoluzione.
E nel politico, poi, che adesso è importantissimo.

Io credo che nessuno di noi dovrebbe passare una settimana senza aver fatto qualcosa di incisivo, seppur microscopico.
L'antifascismo è invisibile agli occhi.
Ognuno deve far passare una settimana, secondo me, arrivare alla domenica, ripensarsi e poi chiedersi Ho fatto qualcosa, questa settimana, per evitare di lasciare questo paese nelle mani di La Russa?
Se si risponde di no, credo dovrebbe sentirsi un po' in colpa.
Se si risponde di si, ha fatto qualcosa di grande.

Vi racconto questa storia, prima di chiudere, anche se ho il dubbio di avervela già raccontata.
Ma magari ve la siete dimenticati.
Ho intervistato un partigiano, l'anno scorso, che mi ha detto Subito dopo l'8 settembre, io sono venuto a sapere di una riunione segreta di antifascisti. Così la sera mi sono alzato e di nascosto da tutta la mia famiglia sono andato là. E quando sono entrato, su una sedia c'era seduto mio padre, in un'altra mio fratello.
Non c'eravamo messi d'accordo, non sapevo neppure che loro fossero antifascisti militanti. Ma ci siamo trovati là.

Ecco, adesso faccio la morale.
La morale è che in quella famiglia, come nella società, era passato un antifascismo invisibile e costante, tutt'altro che sbandierato, tutto il contrario delle adunate in piazza venezia.
Ed è quello che ha vinto.

Quindi, finchè l'ovra non c'è, se non c'è, parliamone.
Ma soprattutto muoviamoci, anche silenziosamente, in bicicletta, se non riempiamo i pullman.
Prima o poi li riempiremo.
Buon 25 aprile.


Se pensi che tutto vada già abbastanza in merda, prova ad alzarti di notte e a schiacciare un millepiedi sul pavimento del tuo bagno, senza ciabatte.
Tu, senza ciabatte.
Anche il millepiedi senza mille ciabatte.
Ma quello che conta, in quel momento, sono i tuoi, di piedi nudi.

Se non vi è mai capitato vi dirò che:
fa crick, quando lo schiacci.
poi, puzza da morire.
e si dimena schifosissimamente prima di partire verso il paradiso buddista degli insetti schifosi.
Quindi, se vi capita, non schiacciatelo.

Anche perchè, a quel punto, vi prenderà la disperazione per la casa troppo umida, per le fessure tra lo zoccolo e il pavimento, sognerete tutta la notte di essere invasi dagli insetti che neanche sotto LSD, e vi sentirete pizzicare dappertutto. E poi partiranno anche tutti i pensieri laterali del Va tutto di merda, ho bisogno che almeno la casa sia a posto, voglio un uomo nel letto che con voce profonda mi dica Tesoro, non ti preoccupare, ti difendo io.
Ecco.

In compenso, vi sveglierete prestissimo perchè tanto avrete dormito niente.
E ci metterete cinque minuti a decidervi che è arrivato il momento di aprire di nuovo la porta del bagno.
E ovviamente in bagno non ci sarà nulla, perchè non è che i millepiedi si muovono in branchi.
Poi spenderete dodici euro per un bio spray che tanto già sapete che non servirà a nulla.
E sopra il bio spray troverete i disegni dei seguenti insetti:
acari
pulci
mosche
cimici
formiche
scarafaggi
zanzare
tarli
tarme
forbicine
falene
pesciolini dell'umido
ragni

A parte che il millepiedi non c'è.
Ma comunque adesso so come completare i miei incubi notturni: le forbicine stanotte non mi erano venute in mente.

mercoledì, aprile 22, 2009



E già che era stata una giornata per nulla faticosa.
Per nulla stressante, anche.
E già che non ne provenivo da un micidiale mal di testa da pizza fredda in piedi sull’autobus.
Dall’acuta percezione della settimana di ferie della pissipissibaucologa.
E dai tappi di cera nelle orecchie già belli che scaduti.

Già che ero un fiore di donna, avevo pensato che mi facevo una biciclettata serale, prima di tornare a casa.
Tanto la bicibellula mi aveva atteso sotto l’ufficio tutto il giorno, mentre arrostivo shakespeare alla brace con la mia mandria di giuliette adolescenti.
E quindi, per riportarla a casa, tanto valeva fare il giro lungo. Molto lungo, e chi se ne fotte del vento genovese in faccia, che tanto il mascara era già tutto bello che colato via.


Poi, insomma, ne provenivo dal post dell’auto glorificazione, dal post delle derapate, dovevo rendere gloria alla mia abilità sulle due ruote.
Detto fatto.
Tolgo il lucchetto.
Giro la bicibellula.
Attacco la salita. Faccio tre pedalate. Tre. Supero i bidoni dell’attraversamento topi. Scalo la marcia.
La bicibellula emette il seguente guaito: stu-tlunc.
E i pedali cominciano a girare a vuoto, come le palle di un aggressivo represso.

Già tanto che non sono caduta.
E già che non sono caduti anche tutti i santi del paradiso, che stasera mi ci mancava solo questa.
La cattiva notizia è che dio non esiste, la buona notizia è che comunque non mi avrebbe riparato la bici.

Comunque credo che si sia sminchiata la catena, ma voi che siete cresciuti a pane e biciclette, mica come me che l’ho scoperta in tarda età, l’avrete già capito.
Stu-tlunc è l’agonia della catena.
E voi che vi portavano in campagna dai nonni, probabilmente sapete anche come ripararla.
Io invece l’ho guardata attentamente, come si guarda un malato, e mi è sembrato tutto esattamente come prima dello stu-tlunc.Tipo come se mi fosse morta di emorragia interna.

Adesso, tempestivi solo come la morte e le multinazionali, quattro giorni fa da Decatlon mi hanno mandato un messaggino che diceva Hey, giovane cliente, hai diritto ad una revisione della tua bici.
Credo che ce ne avrò bisogno, in effetti.
Però come ci arrivo, da decatlon, che i pedali girano a vuoto come la biglia nella bottiglia di gazzosa?
Spingere ho già spinto, e neanche fino a casa, che oggi non ce la potevo fare.
L’ho lasciata nella terra di nessuno. E se un ladro se la ruba, cazzi suoi che deve spingere e poi portarsela lui da decatlon per la revisione, giovane cliente.
Se invece nessuno me la ruba.
Chi ha qualche idea per portare la bicibellula dal veterinario?
Faccio venire Decatlon a me?
Me la faccio riparare da Maometto?
Aiutatemi.
Non posso vivere senza la mia bicibellula.
Anche se, s’intende, posso smettere quando voglio.

martedì, aprile 21, 2009



Ho quaranticinque secondi per scrivere il blog.
Devo decidere in fretta.
Vi parlo di vico dolcezza finalmente umana?
Delle infinite soddisfazioni lavorative?
Delle buone notizie dal fronte occidentale?
Del sentirsi nuovamente apprezzata, dopo un anno e mezzo di sacrificio all'altare dell'amore non corrisposto?

Mi mancano una trentina di secondi.
E ho mezza faccia paralizzata dall'anestesia: biascico come un personaggio della Marvel invecchiato male.

Dieci secondi.

Oggi ho fatto una curva, scendendo dal Ripido Vicolo, che la bicibellula ha fatto tutto un suono e un movimento che a me è venuto in mente - dai cassetti del cervello della mia adolescenza - il termine derapata.
Ma non so se è giusto.
Però mi sono divertita tantissimo.
Questo è tutto quello che riesco a produrre in quarantacinque secondi.
Attendo almeno mezz'ora libera per il prossimo aggiornamento intelligente.


Torno a lavorare.

venerdì, aprile 17, 2009



Una delle grandi rivoluzioni della mia vita, in questo periodo, è tornare a casa e trovare una donna che cucina davanti ai miei fornelli con addosso un grembiule azzurro.

Ieri ho partecipato ad una riunione infinita.
Il mio omologo Uisp dice sempre di noi lavoratori del terzo settore che Anche il signore si è riposato, il settimo giorno, ma noi, purtroppo, signori non lo nacquimo.
Infatti ho finito alle sette e mezza.

Ma quando sono arrivata a casa, tardissimo, e ancora con la stanza da ripulire dai cadaveri, ho trovato La ragazza fuori moda che, in grembiule azzurro, cucinava davanti ai fornelli.
Pollo macerato in salsa di soia, miele e sesamo.
Mica cazzi.
Anche l'insalata con i pomodorini freschi, c'era.
E le prime fragole della stagione.
Così, una cena del giovedi.
Non era neppure il nostro anniversario, voglio dire.

Io mi sono sentita improvvisamente molto maschio, ma non c'era birra nel frigo per sdraiarmi sul divano con i calzini bucati e ruttare la mia soddisfazione.
Così sono tornata femmina, ho messo a posto, ho apparecchiato e poi mi sono gustata la cena.
Ho sparecchiato.
Lei ha lavato i piatti.
Io ho fatto il caffè.
Poi ho liberato la stanza dai cadaveri.
E mi sono fatta un bagno nella vasca bollente.
Lei ha messo nello stereo un cd di musica francese.

Ieri sera, mentre leggevo nella vasca, ho capito le lesbiche.

mercoledì, aprile 15, 2009



Io tra una settimana, se non cambia, me ne vado.
Trasloco.
Scappo.
Metto una tenda su un prato.
Un igloo in piazza caricamento.
Una coperta su un tavolo da biliardo.

Vico Dolcezza, io ci entro e capisco gli abruzzesi.
Poi mi vergogno di questa mia ultima affermazione.
Però, insomma, in vico dolcezza ci entro, e non ne posso più.
E' un accampamento sporco, è.
E io ho la mia psiche da coccolare, in questo momento, non posso permettermi il lusso di avere la merda anche fuori dal cervello.

Ieri sera ho messo il piede in casa alle sette e mezza.
Erano dodici ore esatte che sognavo una doccia.
Quattro passi dopo avevo già seminato calzini e maglietta, pregustando il getto di acqua calda, seppur sempre fastidiosamente Sigonella.
Entrata in bagno ho visto quattro formiche nel lavandino.
Tre sul rubinetto.
Mi è venuto il dubbio.
Ho acceso tutte le luci e ho visto il mio parquet come quando si guarda manhattan dall'empire state building.
Decine di formiche scorrazzavano tra i listelli.
Sul muro.
Sul materasso.
Sul davanzale.

Io, se ho evitato una crisi di nervi lì, la mia psiche deve essere ben più forte delle apparenze.
Ho respirato a fondo, maledetto il piano terra, bestemmiato contro l'umidità,  il muro a pezzi, l'assenza. E poi ho trasformato vico dolcezza nel campo di battaglia di Ypres.
Ne raccoglierò solo i cadaveri.
Ce l'avrai camerata kesserling il monumento che pretendi da noi formiche.

Adesso sono in esilio.
Domani andrò a contare i morti e poi conterò alla rovescia.
Meno quattro giorni al mio abbandono.
Se lunedi quella casa non è a posto io emigro: mamma mia dammi cento lire.
Questo week end, cascasse il mondo, io trasformo quel cumulo di casino in una casa abitabile.
Quello che non è in ordine lo butto, come dicono le mamme ai figli disordinati.

Chi avesse voglia di dare una mano, ho comprato ottime tisane e meravigliose marmellate da formaggio. Vi accoglierò sorridendo, scavalcando scatole, con in mano un piumino da polvere, e nell'altra un piatto di leccornie da amici.
Mi riconoscerete facilmente.
Sarò quella che assomiglia a freddie mercury in I want to break free.

martedì, aprile 14, 2009



A posteriori, sbagliare strada in un bosco all'alba è stato divertentissimo.
Sul momento, invece, quando - con il sole che mi sorgeva alle spalle - ho visto Bonassola che si allontanava sempre di più, mentre io scavalcavo tronchi abbattuti dalla neve di mesi prima, ho avuto un attimo di profonda maledicanza della mia atavica mancanza di senso dell'orientamento.
Dovevo prendere il sentiero rosso.
Il sentiero rosso non l'ho trovato.
Mi sono trovata sul blu.
Ma, miracolosamente, soprattutto tenendo conto che ne venivo da una ventiquattrore di critical wine, da un'ora di sonno e dalla mancanza di una doccia, ho messo il piede sul binario della stazione di Bonassola alle 07:43, con il treno per genova - l'unico che mi consentisse la puntualità al mio importantissimo corso di formazione di oggi - alle 07:45.
Sono svizzera dentro.
Anche se non si direbbe, a vedermi inciampare nelle radici e a sudare nelle fottutissime salite dei boschi liguri.

Quindi, si, ce l'ho fatta.
La cera nelle orecchie ha retto, non ho ceduto alle lusinghe delle mie sirene mentali, e ho fatto cambio di bosco.
Ho fatto anche un sacco e una sporta di cose belle, ho fatto, questo lunghissimo week end, a ben pensarci.
Non senza fatica, non senza momenti di cedimento, s'intende, soprattutto i primi giorni, tanto è vero che mi sono trovata immersa in veri e propri raptus di pulizia.
Pulire il cortile con addosso le scarpine di cenerentola, perchè proprio no, non potevo uscire lasciando lì le foglie secche ancora una sola ora.
Rimuginare, rimuginare e rimuginare, cancellando i segni delle sedie dal muro con la gomma. Ed erano le due di notte di sabato.
Pulire a fondo, domenica, prima di saltare sulla bicibellula battendo il record personale di velocità disperata su strada dissestata.
Insomma, non ho rimosso, non ho soppresso nè la malinconia nè la mancanza, ma ho regalato alla mia psiche importanti canali di sfogo quali gomme e canne da giardino, e sono stata premiata con una meravigliosa pasquetta inaspettata.
Ci sarebbe poi da chiedersi perchè io reagisca alle ferite pulendo, io che normalmente colleziono polvere. Perchè mi serva una delusione d'amore per pulire le mensole.
Me lo chiedo e già mi immagino, che laverò i vetri al primo divorzio.


Raptus a parte, comunque, c'è che sono stata abbastanza lungimirante da coccolarmi parecchio, in questi giorni, ed è così che ho rinforzato i margini.
Ho passato due giorni due e una notte una a Montaretto a bere vino critico sotto lo sguardo compiaciutò di papà Cervi, Krusciov e Ho chi min dall'alto del muro della casa del popolo.
Ho abbandonato il peso superfluo delle tossine arrancando su e giù per quelle stradine di montagna che o è Liguria o è Tibet.
Sono stata deliziata da salumi al coltello e delicate avances di venditori di baci di dama e cantanti jazz.
Ho letto tre libri, di cui due strepitosi (Stordimento di J. Egloff e l'ultimo meraviglioso Erri De Luca) rimanendo a letto fino all'una, pagina dopo pagina, e poi trasferendomi sul molo.
Ho festeggiato pasqua con un film delizioso (Louise-Michel: chi non lo va a vedere è un sordido capitalista!)
Ho ritrovato amiche di una vita fa.
Mi sono persa nella mostra su De Andrè.
Ho pianto inevitabilmente sul paradiso dei calzini spaiati, a dimostrazione che capossela rimane l'uomo del dito nella piaga.

Ma soprattutto ho fatto il pollicino svizzero e sono arrivata al lavoro, di nuovo, dopo un altro bosco.
Un meraviglioso bosco in salita, si, ma senza sirene.

venerdì, aprile 10, 2009



Sembra che partiremo per l'Abruzzo entro un mesetto, non per aiutare nel primo soccorso - in cui saremmo stati mediamente utili - ma per organizzare attività di socializzazione, che poi è quello che sappiamo fare veramente.
Ovviamente ho dato la mia disponibilità e uno dei progetti del week end è quello di andare nella mia libreria preferita ad ordinare un paio di libri sulla gestione educativa dei bambini traumatizzati.
Che lo so, che detta così non sembra la miglior proposta consolante per questo week end delle Difficili Decisioni, ma invece è vero che almeno mi fa sentire utile.
E poi sono pur sempre libri.

La verità è che la difficoltà più grande, al di là dell'assenza, è questa sensazione di inamovibilità che mi prende quando realizzo che sono al punto di un anno fa, che ho corso corso corso sul posto come un criceto deficiente sulla sua ruota.
Che mi sono adattata ai tempi Ent di Stakanov mentre io, che sono un abitante del Piccolo Popolo dei Grandi Magazzini, mi scorrevano via i giorni.
E attenzione al livello clamorosamente nerd di quest'ultima metafora.

Mi prende la vergogna e l'imbarazzo a pensare di chiamare il mio amico Grande Regista da cui mi rifugio sempre quando qualcosa non va, e dirgli Ti ricordi l'anno scorso? Ti ricordi esattamente un anno fa? Hai voglia di consolarmi? Sono sempre allo stesso punto.
Mi sento come quelli bocciati all'esame di maturità.
Anzi, mi sento come quelli che riflettono se accettare un 18 di analisi2, o di diritto civile, o di anatomia.
Poi non lo accettano.
E cinque minuti dopo si fanno prendere dal panico: Oddio, no, non lo voglio aprire di nuovo, quel cazzo di libro.

Sono le undici e quarantatre.
Avrei avuto il treno per Boscolandia tra un paio d'ore.
Mi sarei fatta uno zaino di cose carine.
Mi sarei fatta una doccia e la crema profumata.
Mi sarei persino fatta la piega ai capelli.
Mi sarei impuzzolentita sul regionale verso Milano.
Avrei pagato un euro per entrare nei bagni di Centrale a riprendere una conformazione umana.
Avrei preso un altro treno e sarei arrivata a Boscolandia.
E avrei avuto davanti un altro pezzo di questo gioco di ruolo che mi sono divertita a chiamare storia d'amore fino a tre giorni fa. 
E l'avrei riempito di finzione a scadenza. Anzi, l'avremmo riempito, giocando tutti e due ai Fidanzatini cocopro.
E ci saremmo come al solito divertiti moltissimo e coccolati tantissimo, con il conto alla rovescia.
L'amore con la bomba in tasca, rinnovabile di settimana in settimana.
Se gli viene in mente a Virzì ci fa un film.

La malinconia per i bagni della stazione è un brutta bestia.


giovedì, aprile 09, 2009




La seconda cosa che ho fatto da sveglia, oggi, è stato ricreare il sapore della mia infanzia.
Perchè oggi, dopo quindici anni, torniamo a festeggiare la pasqua ebraica. 
E Pasqua ebraica vuol dire haroset, che è una salsa dolce da stendere sul pane azimo, fatta di noci, mele, vino dolce e zucchero. Immaginatevi una salsa di mele per arrosto, ma più dolce e fortemente haskenazita. 
Quindi io, come seconda cosa, oggi, mi sono messa lì e ho preparato la haroset, e ne ho fatto tre versioni: normale, con le castagne e con i datteri.
E piano piano, aggiungendo un po' di noci, una spruzzata di vino, una punta di zucchero, ecco che emergeva nei miei assaggi il sapore della mia infanzia, inconfondibile, preciso.
E stasera la haroset verrà spalmata sul pane azimo, come simbolo della malta, in un qualche punto del seder, tra le gocce di vino sul piattino e l'uovo bruciato.

Nel frattempo sul fuoco bolliva il cholent, che è una roba piena di pezzi di carne che galleggiano e che io non mangerò neppure sotto minaccia della Torah, e mio padre cerca di racapezzarsi tra i mille foglietti paranoici in italiano, ebraico e ungherese usati per settant'anni da mio nonno per ricordarsi tutte le complicatissime fasi del seder.
In uno di questi foglietti c'è scritto: Ricordarsi i cuscini per me e vava.
Vava sono io a cinque anni quando, per arrivare al tavolo, mi mettevano sulla sedia i cuscini e gli elenchi del telefono.
E io cantavo Ma nishtana ha laila hazeh micol ha leilot?
E poi, appunto, mi ingozzavo di haroset e pane azimo ascoltando il racconto delle piaghe d'egitto.

La prima cosa che ho fatto da sveglia, invece, è stato rispondere ad una telefonata di Stakanov che diceva Ma come, lo scopro dal blog che la nostra storia è finita?
E adesso, ancora più di ieri, lo so che dovrete legarmi ad un pennone con la cera nelle orecchie per non farmi cedere alle lusinghe di Boscolandia, una volta che Pesach sarà passato e io non potrò più affogare la mia tristezza nei ricordi d'infanzia.
Perchè Stakanov mi mancherà terribilmente, ed è anche primavera, e la primavera non è la stagione della solitudine. Lo so che vi dirò Slegatemi dal pennone, per favore, ci vado una volta sola, ancora una volta a Boscolandia, e poi basta, poi torno indietro.
Ma voi non slegatemi, anche se so già che ogni pesco fiorito, ogni glicine sarà una strillettera da Boscolandia che dice Cosa ci stai a fare qui, da sola, quando a due ore di treno c'è l'uomo che ti ha saputo rendere così felice, tutte le volte che non ti rendeva così triste?

Le storie d'amore, come la Storia, del resto, sono soggette a facile revisionismo e ci vorrà pochissimo a cancellare dalla memoria tutti i pugni nella pancia per ricordarmi solo degli alberi fioriti della nostra felicità saltuaria.
Ma c'è una cosa di cui sono sicura profondamente, al di là di ogni ragionevole dubbio, ed è che ho diritto ad essere una donna innamorata e non un'educatrice, ho diritto ad un uomo che mi corre incontro con sottofondo alla bollywood, come dice il lettore padovano.
Ho diritto anche ad un centinaio di comparse che ballano sui binari mentre lui mi bacia, dannazione, perchè altrimenti è come la gioconda senza il sorriso.
Una storia a metà, come la polenta su cui hai strofinato l'acciuga perchè ne lasci il sapore, vago, per illuderti che non è solo polenta, quella che stai mangiando.
Invece è polenta, e l'acciuga pende dal soffito a ricordarti che potrebbe essere una storia d'amore, e invece è sempre solo il suo profumo. 

E così, al di là di ogni ragionevole dubbio, c'è una cosa di cui sono profondamente sicura, ed è che non posso continuare a mettere elenchi telefonici per fare sembrare alta la mia storia d'amore, se la realtà è che non arriva neppure al tavolo.

mercoledì, aprile 08, 2009

E' stata una decisione così difficile, che ho fatto le tre di notte.
E così ho potuto inaugurare il correttore per occhiaie che ho comprato ieri alla profumeria ribassata.
Mi viene da pensare che una donna che compra un correttore per occhiaie senza avere davanti la prospettiva di una notte di follia, dovrebbe sapere cosa la aspetta.
Una notte d'insonnia e pianti, la aspetta.


Però adesso che sono appena tornata da un pranzo meraviglioso nel mio posto preferito, che è un bar biologico, e adesso che ho scoperto una bancarella solitaria in una piazza sconosciuta, di una signora piemontese che fa la marmellata di ortiche con le ricette dei frati, adesso che sono tornata da questo pranzo meraviglioso in cui ho mangiato insalata tomini freschi e arancie, e dove ho parlato con la mia amica LediLovli, adesso sto un po' meglio.
Perchè ho scoperto che hai voglia a non credere alle congiunzioni astrali, ma ieri io e la mia bellissima amica LediLovli ci siamo rotte le palle delle nostre irrisolte relazione affettive praticamente nello stesso istante.
Ed entrambe abbiamo pensato che adesso basta, che ci meritiamo di meglio.
Perchè - dice lei - devo accettare che lui si scopi le altre e poi mi dica Scusa, l'ho fatto solo per capire che sei tu la donna che amo, tu tu tu, solo tu?
Perchè - dico io - devo accettare la relazione con un uomo che mi dice Scusa se non ti chiamo amore?

L'ha detto lei, e non io come si sarebbe potuto aspettarci, che non siamo le mamme di nessuno, che non possiamo passare la nostra vita a coccolare i traumi degli uomini di cui siamo innamorate, che non possiamo stare lì ad aspettare, aspettare, aspettare Godot.
E a dirci, Poverino, non riesce proprio ad innamorarsi di me.
Poverino, non riesce proprio ad essermi fedele.
Poverino adesso basta.
Oppure, poverino si, ma senza di me.

Perchè io ho la mia marmellata di ortiche.
E il mio bar della posta vecchia.
E non ne posso più, non ne posso più di non sentirmi abbastanza.
Io, che la mia scena preferita di ogni film è sempre quando lui corre e corre e corre e poi l'abbraccia come se l'aspettasse da tutta la vita. Sempre che piango, in quelle scene lì.
Io che ho una visione dell'amore alla Bollywood.
Io, che sono una romatica d'altri tempi, che sogno da sempre la dichiarazione d'amore del professor Baher a Jo March, lui pieno di fango, lei scola d'acqua.
Io non posso immolarmi ad un amore che ha bisogno di un'ora per avviarsi, come i 386.
E che si comporta come la rana nel pozzo.
E che mi fa scacco matto: O così o niente.

Io non lo posso accettare.
Sono quattro anni che vado in terapia per non sentirmi lo scarto del mondo.
Non posso accettare di essere l'amore di scorta.
E' l'anno più terribile della mia vita, dal punto di vista emotivo, e sto accettando un uomo che mi dice Più di così non posso.
Sono io quella che non può.
Sono io quella che non può giocare al ribasso con gli affetti, ora.
Perchè ho una vita che sta giocando al ribasso, a togliermi gli affetti che ho. Non posso tagliarne via altri, non posso essere innamorata di un macellaio dei sentimenti. Proprio quest'anno, tra l'altro.

Così mi sa che è meglio se mi vado a comprare altri dieci stick correttori per occhiaie.
Perchè mi sa che non dormirò molto.
Però, cazzo.
Punto.

lunedì, aprile 06, 2009

Emergenza Terremoto in Abruzzo I dati del conto corrente bancario (bANCA ETICA) sono: Iban - IT 32 K 05018 03200 000000128000 Intestato a: Associazione Arci - Emergenza Terremoto Abruzzo



Forse a questo punto Pasqua in Abruzzo.
Sembra che il nazionale stia organizzando per andare giù, io ho chiamato Stakanov, che pensava di aspettarmi a Boscolandia venerdi, e gli ho detto Magari io invece vado all'Aquila.
E lui ha detto Mi vuoi con te?
Così forse ci incontriamo a metà strada, in Abruzzo.



E' tutto il giorno che mi entrano nelle orecchie le banalità sciacalle dei telegiornali, anche se direttamente me ne tengo il più lontana possibile, ma le televisioni parlano dalle case e dai bar. E io mi vergogno un po' di questa italia che ogni tragedia è audience.
Poi però apro facciabuco tutta piena di appelli e di tentativi di organizzazione e mi dico allora che non importa di quanti fossimo a Roma, due milioni e sette, trecentomila.
Importa che, evidentemente, c'è ancora un'Italia che si mobilita, un'Italia che il tetto sulla testa ci è caduto a tutti.



Così io spero di poterci andare, in Abruzzo, perchè il pianoforte suonato a Firenze nella Meglio Gioventù mi è rimasto lì, tra la ghiandola pineale e l'invidia, insieme alla voglia di essere anch'io figlia di una generazione che se succede qualcosa si alza e parte, e poi una volta là magari suona anche il pianoforte.
Va da sè che aspetto di capire se c'è veramente bisogno, non che si parte come per andare al funerale di Woytila. Ma se c'è bisogno, io vado. E faccio quello che so fare, che non è tanto tirar su muri, anche se posso provarci.
Se si parte, io riempo uno zaino di pennarelli colorati.

giovedì, aprile 02, 2009




















Stamattina, mentre disincagliavo le spalle dai residui dello shiatsu, ho ricevuto un messaggio bellissimo che diceva "Gò ciapà ul bigliet, arivi a genua a i nov'ur. Te set cuntent...?".
Questo è il messaggio di un uomo che mi conosce.
Che sa come farmi ridere. Che sa farmi ridere la mattina, prima delle dieci, che è un miracolo già solo quello.
E' il messaggio di un uomo che pianta i piedi, ma poi sa trovare i tempi e gli spazi per le coccole.
E io sono innamorata di quest'uomo. Per queste cose, sostanzialmente.
Perchè io non è che sono una persona facile.
Io se c'è una cosa che non so fare è accontentarmi.
Non l'ho fatto mai e credo che mai lo farò.
Non sono una donna che sa scendere ai patti con la vita, che trova la mediazione con sè stessa, che accetta le rinuncie e le mediazioni.
E c'è questo, con Stakanov, sempre, ogni singolo minuto che passiamo insieme, c'è che non devo accontentarmi.
C'è che è esattamente tutto quello che voglio, nel modo in cui lo voglio. E, per quanto non sembri da tutti i miei continui tentativi per cercare di vederlo di più, anche i tempi sono quelli giusti.
Perchè altrimenti - dice la pissipissibaucologa - com'è che questo è il terzo fidanzato a distanza che si sceglie? Di cui uno intercontinentale?
Stakanov a boscolandia è la migliore mediazione con me stessa, che così ho la scusa per andarmene da questa città, ogni tanto, che alla lunga mi sento soffocare, stretta tra il mare e le montagne. Stakanov a Boscolandia vuol dire che io, negli ultimi tre mesi, ho scritto tre quarti di un libro per bambini. E questo non l'avrei fatto, con Stakanov qui, perchè io scrivo quando sono da sola e soddisfatta.
Stakanov lontano è un regalo alla mia indipendenza.
E anche per questo io sono contenta.

Allora, questo post che sembra una celebrazione del mio amore e della mia storia assurda, perchè non è che non me ne rendo conto che è una storia assurda, comunque non lo è, una celebrazione.
E' un'invettiva contro la psicanalisi dell'era barbarica.
Comincia adesso, l'invettiva.
E lo so che se lo dico io, che sono stufa della psicoanalisi barbarica, io che parlo della pissi una volta a settimana, che muoio quando va in ferie, che mi chiarisco le idee solo il mercoledi dalle cinque alle sei, sembra il comma 22.
Però io ho pensato questo, in questi giorni di subbuglio comunitario.
Ho pensato che lo psicologo, l'analista, lo psichiatra sono un'invenzione meravigliosa, meglio della crema novi alle nocciole.
E' un appuntamento settimanale meraviglioso, è come un buon cinema.
Ma non è un matrimonio, è un appuntamento a settimanana. E intorno c'è la vita. C'è un mondo fuori dal lettino.

Io credo che in molti ce lo siamo dimenticato, questo.
Perchè ad un certo punto è arrivata l'autocoscienza, le manfrine new age: conosci te stesso, interpretazione dei sogni for dummies, riflessione e meditazione.
E quando sono arrivate le manfrine new age abbiamo cominciato a sbagliare tutto, sul fronte della psicoanalisi.
Perchè, a furia di applicare la psicoanalisi a questa età dei barbari, a forza di mescolare Freud e il gabbiano Jonathan Livingstone, abbiamo iniziato a pensare, da una parte, di non poter vivere senza che qualcuno ci aiutasse a capirci e, dall'altra, di non poter agire finchè non ci siamo messi a posto tutti i nostri traumi.
Questo è un'approccio positivista alla psicoanalisi.
Ed è terrificante.

Perchè adesso che tutti pensiamo di saper leggere i sogni, che tutti sappiamo che le cose che facciamo provengono dai traumi della nostra infanzia, che persino quel coglione di pirandello ci ha spiegato la questione delle maschere sociali, adesso abbiamo paura di vivere.
Perchè sappiamo che faremo degli errori.
Perchè è sicuro che pesteremo dei piedi, camminando.
Perchè è certo che staremo male anche noi, mentre viviamo.
E poi ci sentiremo in colpa.
Adesso che ne abbiamo la coscienza, invece di camminare chiedendoci, abbiamo smesso di camminare.
Abbiamo dato le chiavi in mano alla psicanalisi e abbiamo detto di aprirci la porta quando finalmente saremmo stati abbastanza sani da cominciare a vivere.
Ma non è che scoprire il perchè dei nostri malesseri, non è che scoprire tutto il dolore che abbiamo accumulato in trent'anni, non è che riuscire a frenare il proprio torrente di rabbia debba essere il parto della nostra vita adulta.
Si vive anche prima, e si continua a vivere durante. Altrimenti è come parlare allo specchio.

Si vive, si sbaglia, se ne subiscono le sofferenze, e le si fanno subire a quelli che ci stanno intorno. Sarà anche brutto, sarà anche doloroso, ma la maggiorparte delle persone a cui faremo del male, noi compresi, non moriranno per questo.
Al massimo si scoleranno una zuppa agropiccante dopo aver pianto su un cappotto azzurro.
Oppure avranno una crisi di nervi. E un'altra. E un'altra ancora.
Ma insomma, va bene così.
Metteremo delle corna, oppure non le metteremo, ci comporteremo da stronzi, oppure no, chiederemo scusa o rimarremo convinti per sempre di aver avuto ragione.
Ma se non lo facciamo, se ci fermiamo prima, cosa ci rimane?


Credo sia davvero il momento di mandare a 'fanculo woody allen.
Che a ben guardare, adesso che sono vecchi sia lui che clint eastwood, quello che è invecchiato meglio è il secondo.
Clint eastwood se anche da giovane si è fatto delle domande, comunque sicuro non ha saputo darsi delle risposte.
Però ha vissuto, è invecchiato ed è invecchiato bene.
Woody Allen, invece, a furia di farsi domande, adesso si sfonda di viagra e di autoreferenzialità.
E a me viene da pensare che una vita sostenuta unicamente dalle proprie seghe mentali sia la peggiore delle masturbazioni possibili.

mercoledì, aprile 01, 2009

Ci sono delle giornate che tutto mi si accumula e io non riesco più a trovare il bandolo della matassa delle cose da fare.
Quelle giornate di solito è il mercoledi.
Ci sono delle giornate che questo ufficio, che è una stanza cinque metri per cinque, ospita:
due scrivanie
un tavolo
un armadio di ferro da amministrazione colorato a bombolette spray
un mobile inutile basso basso lungo lungo definito La cassa da morto
un mobile a scaffali ikea
una liberia bassa
un mobile a quadrettoni ikea enorme
un armadio con disegnato sopra un albero
i resti di un drago in cartapesta
sei sedie
un attaccapanni
la sacca dei travestimenti
sei ragazzi di servizio civile
io
l'adorata responsabile
un'ultras della samp
la ragazza fuori moda.
Quelle giornate di solito è il mercoledi.

Così io, al mercoledi, arrivo alla pausa pranzo che la pausa pranzo decido di non farla.
Prendo un caffettino alla macchinetta e magari ci puccio due biscotti.
E poi aspetto l'una come Buzzati aspettava i tartari.
E quando finalmente se ne vanno i servizi civili.
E se ne va l'adorata responsabile
E la ragazza fuorimoda magari mangia dai suoi
E l'ultras della samp va dai suoi ragazzi sfigati.
Io rimango sola col mio caffè, i miei biscotti e i miei pezzi di drago.
Riconquisto il bandolo della matassa e riesco persino a scrivere sul blog.
E mi gusto il silenzio come una fetta di torta alle fragole.

martedì, marzo 31, 2009

SOUVENIR DA BOSCOLANDIA
Non abbiamo potuto resistere, io e Stakanov, davanti a tale meraviglia al costo di 6,80€
Io l'ho trovato sul tavolo del negozio dell'usato - tra un sale e pepe in porcellana con i trulli e una bambolina in vimini - lui mi ha guardato negli occhi e mi ha detto, romantico: te lo regalo io.
Così, dopo aver cambiato sei treni in dieci ore nel mio zaino - memore dei tempi in cui dormiva sui tram per non farsi arrestare dall'Ovra - Palmiro è arrivato ieri sera in vico dolcezza.
E nella serata ranocchia di ieri sera, come potete vedere, ha subito assunto un ruolo fondamentale nelle economie proletarie della casa.

giovedì, marzo 26, 2009



E che non si dica che non sto facendo tutto il possibile per conquistare equilibrio e benessere.
Giro in bicibellula respirando a pieni polmoni.
Mi faccio una quantità di maschere viso e capelli che neanche la paris hilton dei tempi bui.
Ogni mercoledi, immancabile, la pissipissibaucologa.
Da ieri, anche lo shatsu.
Mangio le fibre.
Tanta frutta, tanta verdura.
Progetto le partenze comunitarie verso la grande manifestazione del quattro aprile.
Ieri sera ho scritto due capitoli del mio libro per bambini.
E Stakanov questo week end mi porta in un posto che sono cinque anni che ci voglio andare e che si chiama la Rasa di Varese.
E poi stamattina ho anche fatto shopping, come le vere femmine quando si sentono giù di morale.
Ho speso soldi che non avevo per tre vestiti adorabilmente inutili. E un paio di orecchini fricchettoni.
Così si fa.
Ho litigato anche con una vecchietta: Signorina, quasi mi investe con la sua bicicletta!
Non direi, signora, l'ho vista.
Avrei potuto spostarmi all'ultimo e lei mi avrebbe investita!
Ma non è successo, mi pare.
Non dovrebbe essere acconsentito girare in bicicletta! E' pericoloso!
Signora, vorrà dire che mi comprerò un Suv.

Quest'ultima cosa mi ha messo particolarmente di buon umore.
Anche la gonna con il pizzo mi ha fatto ben sorridere.
Ma la vecchietta scema di più.
Ho anche fatto la femmina stupida con il signore delle chiavi e dei lucchetti che aveva i bicipiti da manovale pieni di tatuaggi.
Ciao, scusa, mi si dev'essere rotto il lucchetto della catena della bici.
Ah, tranquilla, vieni qui che risolviamo tutto!
Lui contento di fare il maschio alfa con olio e martello, io felice di fare la femmina che le cose non le deve risolvere tutte lei.
(Comunque non l'ha risolto neppure lui. Ho dovuto comprare un altro lucchetto. Però se siete femmine e avete l'ego sotto i piedi, provate anche voi ad andare in un negozio di ferramenta sotto i portici, in bici e con la gonna a fiori. E' l'elisir di lungavita per il buonumore, è).

Quindi, come vedete, ci sto provando.
Ci sto provando talmente tanto che oggi non mi ha infastidito neppure un rappresentante dell'unicef tanto viscido e tanto laido che avrebbe potuto lavorare per la banca mondiale o per la monsanto. Io, pensare che quelli sono i portavoce dei diritti dell'infanzia...
Ma neppure lui ce l'ha fatta a distruggermi.
Perchè ci sto provando e ci sono giorni che ci riesco, ad essere felice.
Oggi, ad esempio.
Nonostante una casa che è un magazzino di passaggio per psichi distrutte.
(ma il plurale di psiche è psichi? oppure psiches?).
Nonostante la traversa per altalene a cui fissarci, come dice il Pastore, appaia lontana in modo sconsolante.
Nonostante un ragno nel letto, che rende l'idea del livello di abbandono attuale.
Nonostante i pianti che mi fanno sembrare Mastro Ciliegia, come dice il Gipunto.

Ci sto provando e ci sto riuscendo talmente, che adesso decido che ancora per un'ora sfanculo Brunetta, evito di lavorare e scrivo pure su Prospettiva Ranocchio.
Tiè.

mercoledì, marzo 25, 2009



Questa è la storia dell’uragano Katrina innamorata di un ossessivo compulsivo.
Si amano, si adorano – l’uragano Katrina e l’ossessivo compulsivo - ma poi, ciclicamente, lei si mette a soffiare e butta giù dagli scaffali tutti i vinili in rigoroso ordine alfabetico di lui, che impazzisce.
Allora litigano, e lei urla Cosa posso farci, è la mia natura! E lui risponde Ma quelli erano i miei vinili! Avevo passato giorni a dividere il metal dal progressive!
Tu non rispetti la mia libertà di muovermi! - strilla lei
E tu non rispetti le mie cose! – ribatte lui
Poi, niente, piangono, si abbracciano, fanno l’amore e si calmano per un po’.
Lui le dice Ti amo per come sei, irruenta e appassionata.
Lei risponde Ti amo per come sei, accogliente e ordinato.
Per alcuni giorni lei sta attenta a muoversi, lui tenta un disordine metodico ma conciliante.
Ma entrambi sanno che finchè non diventeranno una leggera brezza Katherina e un uomo relativamente ordinato, sarà un continuo litigare.

Io e Stakanov siamo così.
Io ansiosa, lui sfuggente.
Se non facciamo progetti sto male io, se li facciamo sta male lui.
Se viviamo alla giornata lui è felice e io soffro, se pensiamo alla vita oltre le prossime due settimane io mi calmo e lui scappa.
Lui si ripara dietro i muri che si costruisce, io metodicamente li abbatto perché ho bisogno di sbirciare tra i mattoni.
Raggiungiamo difficili equilibri precari in cui adoriamo stare insieme, quelle volte che io sto abbastanza bene da stare attenta a come mi muovo, e lui è abbastanza rilassato da poter rinunciare al suo ordine alfabetico.
E in quei momenti è tutto così bello che ci sembra stupido buttare via tutto soltanto perché io sono un uragano e lui un collezionista di dischi.
Ma poi si incrina qualcosa.
Non è mica qualcosa che governi, è la pancia che comincia a parlare al posto tuo. I fantasmi dei tuoi natali passati.
Di solito succede che, all’improvviso, io mi sento sola, lui si sente oppresso.
E allora io mi metto a pensare Ma chi me lo fa fare di stare così male, così tremendamente male. Chi me lo fa fare di vivere alla giornata se pensare ad un viaggio estivo basterebbe a rendermi felice per mesi?
E lui pensa Ma chi me lo fa fare di stare così male, così tremendamente male. Chi me lo fa fare di pensare che ad agosto devo trovare del tempo per lei? Io ho bisogno dei miei spazi, delle mie cose e dei miei tempi.
E queste cose non sono conciliabili.
E’ come la storia che raccontava Paolo Rossi del Gabbiano innamorato del Delfino.

Io non lo so come faremo.
Se lo faremo.
Se aspetteremo la seconda vita, come il Gabbiano e il Delfino che poi diventano una Stella marina e uno Scoglio.
Oppure se semplicemente aspetteremo che almeno uno dei due si metta a posto questa psiche a brandelli.
Oppure non aspetteremo e basta, io rimarrò con i miei progetti e lui con la sua solitudine sociale, ognuno per sé, mancandoci sempre meno fino a non mancarci più.
Fino adesso non è mai successo che prendessimo una decisione definitiva, perché non è facile capire se stiamo scommettendo a nostro favore o contro di noi.
Stakanov mi manca, mi manca infinitamente e continuamente, con tutta la sua distanza da delfino.
Ma sempre di più mi chiedo fino a quando penderà a favore una bilancia che da una parte regge tutte le meraviglie che Stakanov porta con sé, ma dall’altra sopporta un malessere e un’insicurezza che in questo momento più che mai sembrano infinitamente pesanti.

domenica, marzo 22, 2009



Ho vissuto più di tre anni con mia moglie.
Non ci sarei riuscita con nessun altro: negli ultimi tre anni avrei triturato la psiche di ogni maschio che avesse azzardato una convivenza. Ma con mia moglie ha funzionato ed è stata una convivenza impeccabile.
Fa tanto che sono capitate intere settimane in cui non ci siamo mai viste, pur dormendo sotto lo stesso tetto. sapevamo che non eravamo rimaste vedove solo per le reciproche tracce di presenza, piatti sporchi, bigliettini di saluto sul tavolo, vestiti stesi.
C'è stato anche un periodo dove ci vedevamo molto di più, quando avevamo una compagnia teatrale in comune, poi io non ce l'ho più fatta e ognuna ha seguito la sua vita, mantenendo però una copia delle chiavi che aprono la stessa porta.
Mi ricordo una volta sola, che abbiamo litigato, ed è quando le ho cambiato il piumone del letto senza dirglielo perchè il mio era piccolo e in due sotto non ci stavamo.
Credo fosse la prima notte che Stakanov dormiva da me. Ma non sono sicura, forse era un uomo prima.
Comunque, quella volta, mia moglie quasi mi uccide.
Del resto io quasi la uccido quando non si è presentata per il trasloco e il materasso glielo abbiamo portato noi, su per vico dolcezza ad agosto.
Uno a uno, palla al centro.

Abbiamo convissuto in via glutei sodi e poi in vico dolcezza, aggiungendo alla nostra convivenza i suoi ed i miei uomini di passaggio, gli scrocchinquilini del festival della scienza, moltissimi amici sul divano, un paio di fidanzati un po' più seri, una marea di aneddoti in condivisione, uno spettacolo teatrale, una scenografia, i mobili dell'ikea pezzo per pezzo. 
Se ripenso alla Seppia, che è stata la mia prima coinquilina, o alla donna che si faceva frustare a pagamento, in erasmus, penso che mia moglie sia stata la cosa migliore che potesse capitarmi per dividere un affitto. 

Poi, nel pieno delle piogge di questo autunno, lei e il suo ultimo fidanzato decidono di andare a vivere insieme.
Si decide per un trasloco incrociato: la ragazza fuori moda lascerà la sua casa alla coppia e si trasferirà nella stanza di mia moglie.
Si decide per la data del trasloco, e la data è ieri.
Giovedi mia moglie attende il suo uomo in trasferta per iniziare a fare le scatole.
Giovedi lui sparisce. 

Così adesso le cose di mia moglie sono ancora tutte lì, insieme a quelle della ragazza fuori moda che invece sono già arrivate.
Ma soprattutto è lì mia moglie, costretta ad andare via da casa entro la fine della settimana, da sola perdipiù, perchè ormai era tardi per fermare tutto.
Non c'è tristezza che tenga per un padrone di casa. 

Di tutti i modi in cui mi sarebbe piaciuto concludere una convivenza di tre anni, essere la comparsa del Premio della Giuria "Gran figlio di puttana 2009" non era quello che desideravo.
E con tutto quello che questa storia mi smuove, tra l'altro, perchè le similitudini con un uomo che in Svezia alla fine decise di andarci da solo ci sono tutte.
Fatte le dovute proporzioni, spiegazioni, perdoni e comprensioni a posteriori.
Però mi smuove e mi fa stare male.
Per lei, ovviamente, ma anche per me, che trovo conferme dappertutto dei rischi che si corrono a dare fiducia.

Così adesso devo respirare profondo, rimboccarmi le maniche e ricostruire da zero vico dolcezza con la ragazza fuori moda, rendendo il più soffice possibile la partenza di mia moglie.
Ho voglia di progettare e di fare cambiamenti, ma c'è un pezzettino di me che vorrebbe lasciare tutto e trovare una casetta in solitudine, senza malesseri altrui che rimangono a galleggiare nell'aria.
Un pezzettino di me che verrà seppellito dalla voglia di condividere le cose con la ragazza fuori moda, ma che è lì che urla che nella solitudine, almeno, si è sicuri di non sbattere la faccia contro il muro. 

giovedì, marzo 19, 2009



Sono appena stata felicemente promossa a Nerd dell'ufficio più bello del mondo.
Il sito è mio e lo gestisco io.
Ci posso mettere dentro le fotine, le notizie, le cose carine che facciamo.
...i piani per conquistare il mondo.
Ah, ci vuole così poco a rendermi felice.

mercoledì, marzo 18, 2009


Ho dormito.
Tantissimo, ho dormito. Quasi dieci ore.
Sono un'altra donna.
Ma giusto per non lasciarmi l'illusione di benessere per più di un quarto d'ora, stamattina ho dovuto subire il più vile degli attacchi al mio orologio biologico.
Tic tac tic tac, l'orologio biologico che ticchetta nella pancia del coccodrillo.

Ero in manifestazione.
Finisce la manifestazione.
Entro in un bar.
Lo so bene che quello è il bar della mia compagna delle elementari, quella lì, proprio quella, che era brava in tutte le cose, che i maschi la sceglievano per stare nella squadra e io in porta, o peggio, io in difesa.
Lo so bene, ma per dio, sono una donna adulta, sarò mica ancora lì a recriminare, no?

Entro.
Lei è dietro il bancone.
Nessie, come stai?!
Bene bene. Tu?
Benissimo.
Esce da dietro il bancone.
Prima di lei esce la sua pancia incinta di otto mesi.

Credo che non ci sarebbe potuto essere un momento peggiore di questo per trovarmi davanti alla pancia incinta di una mia compagna di classe.
La sveglia biologica nella pancia del coccodrillo ha iniziato a suonare impazzita.

Perchè io ci sto lavorando su, a questa cosa di essere innamorata persa di un uomo che reagisce al fidanzamento come io reagisco davanti ai topi.
E ci sta lavorando su anche lui, che adesso prende il primo degli otto appuntamenti con lo psicologo del consultorio.
La comune-ty: storie d'amore e psicanalisi.

Ci sto lavorando su, scoprendo dentro di me una pazienza che non credevo di poter avere, scommettendo sul futuro davanti ad un presente incerto come le vecchiette che puntano al raddoppio su un unico numero della ruota di Bari.
E lo sto facendo perchè sono riuscita a convincermi, un po' almeno, che non è tardi, che le cose non devono sempre succedere tutte e subito, che non è che rischio di morire domani, che non devo proprio fare tutto entro il 2010.
Ma guardate che non è facile, eh, che io il giorno del mio venticinquesimo compleanno ho pianto praticamente 24 ore sul molo, davanti a quello che mi sembrava il fallimento della mia vita.
Adesso ne sono passati altri due e non penso più di avere fallito miseramente, di non avere tempo, di essere il coniglio bianco di Alice.
Però è difficile.
Sopire l'istinto materno e la paura del tempo che scorre tra le dita.
Soprattutto è difficile se si è innamorate di un uomo lontano ed autoreferenziale.

Non ci voleva, quella pancia tonda, oggi.
Anche se poi ho scoperto che dentro c'era un maschio, meno male, se fosse stata una femmina la crisi sarebbe stata ingestibile.
E già sento la voce delle amiche che per consolarmi mi dicono Si vede che un maschio se lo meritava, o qualcosa del genere.
Però scommettere al raddoppio, pensare che andrà tutto bene, riporre la fiducia nella psicanalisi e nei grandi piccoli passi che Stakanov ha fatto nell'ultimo anno, sono cose che necessitano sostegno e conferme: serve guardarsi intorno e vedere che anche gli altri aspettano, pazientano, costruiscono pezzettino per pezzettino, e arrivano alla maternità con trent'anni di vita alle spalle.
Mi serve sostegno perchè io adesso lo so che ho passato la vita a cercare un padre per i miei figli invece che un uomo per me, e così ho trovato solo uomini di merda.
E lo so che sono innamorata di Stakanov proprio perchè non è il momento di pensare al padre dei miei figli ma ad un uomo per me e, come uomo per me, Stakanov è la cosa più bella che potessi trovare.

Ma una pancia dietro il bancone, inevitabilmente, mi fa precipitare di nuovo nell'ansia, nella perenne sensazione del ritardo.
Follow the white rabbit!
Mi fa immaginare lontana chilometri dal momento della mia stabilità, oltre che da quello della mia maternità.
Mi fa sentire che esce sempre un altro numero, e che io restol lì, in difesa.
POST IN DIFFERITA



In questo post stanco del martedi sera, dopo una giornata stanca, dopo un lunedì stanchissimo, vorrei parlare di due cose, e non so come metterle in relazione.

La prima è che ho visto un film meraviglioso al cinema, uno di quei film che rimarresti dentro a riguardartelo tutto di nuovo, un film che è così bello e così di classe che adesso me lo ricordo in bianco e nero, un film che clint eastwood può chiamare un film Gran Torino e renderlo comunque un capolavoro cinematografico ed educativo. Vorrei parlarvi del perché Gran Torino sia un capolavoro educativo.

La seconda è che è tornato Stakanov, a modo suo. No, non è questa la notizia. La notizia è che io sono tornata, e lui non è scappato. Week end meravigliosi a boscolandia, mi manchi ma quanto mi manchi ti penso ma quanto ti penso. Futuro incerto, vita intensa e felicità a momenti. Vorrei parlarvene, tanto per capirci qualcosa io, magari.

Ma mi si chiudono gli occhi. E sono le 21.26
Ho mangiato un rosti unto e un succo di frutta melacarotalimone e non lo so perché l’ho fatto. Forse per punirmi. Comunque mi si chiudono gli occhi. Ma se vado a dormire ora il rosti unto, la mela, la carota e il limone mi tireranno i piedi tutta notte. Non posso farlo. Devo resistere, ma il computer ha selezionato Simon & Garfunkel e non mi aiuta per niente.
Chiudo gli occhi.

Capossela, li riapro, ma mi sono dimenticata tutto quello che volevo dire.
Una mia ragazzina oggi mi ha parlato di sua nipote di undici mesi picchiata dal padre.
La mia meravigliosa capa, allora, mi ha detto Ok, ti mandiamo in supervisione, eh.
Una supervisione è una cosa che vai dallo psicologo e per un’ora gli racconti quanto stai male a consolare gli altri. E’una cosa meravigliosa, la supervisione. Io, anni fa, andavo in supervisione da un’analista che sembrava Sigmund Freud. Ed era una donna.

Sono di nuovo catatonica: di là suona la colonna sonora di quel film di kubrick che non finisce più e c’è la gente con la spada.
Dura tantissimo anche la canzone.

Il rosti è un cibo svizzero di patate unte, comunque. Nel caso siano venti righe che ve lo chiedete. Il succo mela carota e limone lo fa solo la coop.
Non ce la faccio.
Ho bisogno del letto.
I Tetes de bois hanno sferrato l’attacco definitivo alla mia veglia.
Faccio una sintesi.
Sintesi: sono di nuovo innamorata persa. E Gran Torino è un film meraviglioso che parla del potere educativo della cassetta degli attrezzi, degli involtini primavera e delle macchine d’epoca.

martedì, marzo 17, 2009



Vorrei tanto scrivere, oggi.
Sono nel pieno di una delle solite sindromi da blog, quando faccio le cose e già penso a come scriverle.
Ma non ce la faccio, non ce la faccio per niente, che l’ufficio più bello del mondo oggi sembra la ritirata sul Piave.
E io mi sento il generalcadorna.

Però posso copiarvi questo status geniale che ho letto su facciabuco e che rende perfettamente l’idea di cosa sia vivere a Genova, e ascoltarne le chiacchiere sugli autobus.
E che mi piace particolarmente adesso, che per tutto il week end sono stata immersa nella poetica vita di boscolandia, seppur in trasferta.

“ belin tè visto che sô che gè? A l'è propriu 'nna bella giornâ!"
“Scí... Ma doman l'han ditu che ciêuve!”

giovedì, marzo 12, 2009

E' UNA STRADA IN SALITA, COMPAGNI



Con giorni di ritardo abbocco all'amo della Strega Nocciola.
Parlo di politica.
Vorrei dirvi di Top Girl che ha pubblicato l'articolo Quanto sono trendy in militanti di forzanuova.
Ma ho appena parlato con uno Stakanov infuriato sull'argomento e so che il post lo farà lui.
Allora vi parlo della situazione di merda che vedo qui intorno.


Perchè il lavoro più bello del mondo, qui, è un piede nella politica cittadina e l'altro no.
Noi siamo del gruppo che no.
Però quello che succede lo vediamo.

E la realtà è che la sinistra - pd compreso e in testa, qualsiasi cosa esso sia - in questo momento, è sul lettino dell'analista. No, anzi, la sinistra è andata due o tre volte dall'analista, ha capito di non averne la costanza e si è data agli psicofarmaci.
Sbagliando le dosi, per altro.


Signori, siamo nella merda proprio.
Non esiste un punto di riferimento, non esiste un partito, neanche un partito di centro come di fatto è il pd.
Si stanno uccidendo con le lotte intestine, non dite che non ve l'ho detto, il giorno che crollerà la giunta.
E l'unica vera verità è che siamo in questa situazione perchè manca un progetto, manca una mèta, manca qualcosa da proporre al popolo bambino.
Perchè Celestini ha ragione quando dice che il PCI ha venduto il sogno della rivoluzione al popolo bambino per quarant'anni.
Ma è vero pure che anche il partito è un bambino, che nella rivoluzione ci credeva anche lui.
Adesso che non c'è più niente, proprio come i bambini quando si annoiano, non fanno altro che litigare.
E mentre loro, dentro, litigano, fuori aprono le centrali nucleari, costruiscono palazzine nei boschi, legalizzano la caccia indiscriminata e rendono trendy i militanti di forzanuova.


Sono pessimista.
Ma quando parlo con Stakanov al telefono scopro che si può essere più pessimisti di me, basta vivere a Varese.
Allora provo a raccontarvi cosa cerco di fare per conservare un po' di ottimismo.


Io faccio il lavoro più bello del mondo con il preciso scopo di salvare e supportare quelle reti sociali che, da sempre, sono state la speranza del futuro, anche nei momenti di merda, anche nel 1935.
Che sempre tutti si ricordano della fatica dell'inverno del '43, ma il '35 per gli antifascisti è stato peggio, immersi nel consenso dell'Impero.
E' in momenti come quello, come questo, che pensi che non ci siano speranze: almeno, nel 1943, c'era il CLN.

Nel 1935, però, c'erano le reti sociali.
C'erano le società di mutuo soccorso.
C'erano le cooperative, che ufficialmente erano del fascio, ma poi dentro ci capitavano tutti quelli come noi.
C'era l'Unità clandestina.
E, in extremis, c'era la Francia.
Tutto intorno, tutto intorno era consenso, libro e moschetto, ma sopravvivevano delle piccole oasi di antifascismo.

E' lavorando su tutto questo, nei discorsi in fabbrica, nei gruppi universitari, nei campi, che poi sono arrivate le brigate della guerra di spagna.
Ed è lì che siamo tornati a vincere, pur perdendo.
E' così che si fa, si lavora alla base, quando il vertice è fottuto.


Così, anche nei nostri blog, in questo momento, è successo questo.
Niente più grandi discorsi, niente megaprogetti da vertice, perchè il vertice non c'è.
Discorsi piccoli, piccole lotte quotidiane, piccole vittorie.
Ma soprattutto il mantenimento della rete, la nostra.
Io credo che se fuori ci è scappato via tutto di mano, dobbiamo stare attenti a non perdere nessuno dentro alle nostre oasi.
Come la carica dei 101 quando Pongo e Peggy contano tutti, e contrallano che neanche uno dei cagnolini si sia perso nella bufera di neve.
Serrare i cordoni intorno alle nostre reti: neanche uno deve perdersi nella bufera del fascismo di ritorno.


Siamo 101 su 60 milioni, forse.
Non possiamo permetterci di perdere nessuno.

martedì, marzo 10, 2009



Noi, nel tunnel del ripensamento, sono un paio di giorni che giochiamo ad inventarci i titoli.
Perchè, dice lui, l'importanza dei buoni libri passa anche da titoli epici.
In realtà, rilancio io, a volte hai titoli epici senza buoni libri.
E vale anche per i film.

Il senso di smilla per la neve.
E morì con un falafell in mano. 
La solitudine dei numeri primi.

Oppure, hai ottimi libri con pessimi titoli.
Guerra e pace.
La storia.
Piccole donne crescono.

Le librerie sono piene di meravigliosi titoli sacrificati alla mediocrità letteraria e di pessimi titoli ad incorniciare capolavori.
Allora, così, è un periodo che giochiamo ad inventarci titoli senza che dietro ci sia nulla, semplicemente perchè suonano bene. 
Lui ha inventato una meravigliosa trilogia, che ora non ricordo, ma era bellissima.
Io ho azzardato un "Parlare dell'alba per non vedere la notte", un po' malinconico ma molto niu eig.

Ma oggi, a metà del gioco, sono andata in un circolo di periferia, a parlare con una donna che pareva uscita da un film di almodovar.
Una donna adorabile, ma ingombrante, che non sarebbe bastato un titolo della wertmuller a descriverla. 
Allora oggi ho gareggiato con un incipit.
"La donna del circolo come sempre mi aveva abbracciata, inondandomi con rivoli di passione politica e profumo dozzinale. Entrambi restavano attaccati ai capelli, avvolgendomi per tutta la giornata in un pungente alone di anacronismo a poco prezzo". 
AD OGNUNO IL SUO PINELLI..
Vile assassinio in vico dolcezza...

lunedì, marzo 09, 2009

(Nell'immagine: Banchetto di Erode di Filippo Lippi)

Ci sono tre cose che ogni volta dico Smetto e poi invece sempre ci ricasco dentro, il tunnel.
In rigoroso ordine di importanza, dalla meno grave alla più grave, sono:
Mangiarmi le unghie
Tornare insieme con gli ex fidanzati
Fare l’animatrice alle feste di compleanno.

Sabato pomeriggio, adesso che ci penso, ero in tutti e tre i tunnel contemporaneamente.
Comunque.
Sabato pomeriggio mi sono travestita e sono andata, sorridente e con la morte nel cuore, ad animare una festa di compleanno per due bambini, 6 e 9 anni.
Adesso, chi mi conosce lo sa che io ho il cervello nell’utero.
Che ho sviluppato l’istinto materno prima di saper andare in bicicletta.
Che vedo i bambini a chilometri di distanza, che li fiuto come le streghe ma al contrario, che nella vita precedente ero Maria Montessori.
Tutti lo sanno che a me i bambini piacciono, piacciono di più della torta sacher, persino più della pasta di mandorle presa a ditate dal frigo.

Ma sabato pomeriggio.
Io, sabato pomeriggio, c’è stato un momento che ho pensato Speriamo venga giù il soffitto della sala, mi salvo solo io e tutti gli altri muoiono.
Io e la bambina adorabile di quattro anni che è venuta a farsi fare le coccole al momento della torta e mi ha detto Io non la mangio la torta, io sono una da pizza.
Io e lei, salve.
Gli altri, morti.

(Mentre scrivo penso: C’è qualche possibilità che la mamma dei bambini arrivi a questo blog? Allora penso anche che cambio qualche dato. Adesso torno su e cambio i particolari che mi permetteranno di salvarmi dall’ennesima figura di merda della mia vita).
Ho cambiato i dati.
Adesso si che sono irriconoscibile, se la mamma dei bambini arriva a questo blog.

Io lo scrivo qui e ora, che l’animatrice alle feste di compleanno non la faccio mai più.
Neanche se con i soldini che mi hanno dato ci ho comprato un paio di scarpe, ho cenato al cinese e ho comprato uno zaino da decatlon e anche un clacson per la bici con la faccia del Marsupilami che ieri notte mi ha salvata da un topo enorme e ferocissimo.
Mai più.
Perché non è tanto per la fatica di cinquanta bambini e relativi genitori urlanti in un luogo chiuso, non è tanto per il mal di testa, non è perché vorrei fare la pedagogista e invece faccio l’animatrice.
E’ perché le feste di compleanno per i bambini sono diventate degli addii al celibato.

Primo, il concetto è: Tutto è permesso, è una festa di compleanno. Quindi i bambini fanno il cazzo che pare a loro, si picchiano, urlano, salatano, corrono, buttano in giro il cibo, fanno i capricci. Il tutto sotto lo sguardo benevolo dei genitori.
Secondo, se questa è l’idea della festa, va bene, cazzi vostri e della società, ma allora perché pagare 100€ per un’animazione?
Perché a quel punto, Terzo, l’animazione non la segue nessuno. Cioè, qualcuno la segue, nel casino totale, senza riuscire a sentire le spiegazioni, senza avere lo spazio fisico per giocare, e quindi la possibilità di divertirsi.
Quarto, perché ho visto anche degli zingari felici, ma vedere bambini tristi, annoiati e scontenti ad una festa di compleanno mi fa venire l’orticaria.
Quinto perché trovo che una pila di regali alta più di un metro e mezzo sia vergognosa.
Sesto e ultimo perché tutti i genitori, tutti, hanno portato via i bambini senza mandarli a dirmi Grazie, Ciao, A presto. Andati via così, come fosse tutto dovuto.

Allora in tutto questo, io qui prometto e giuro che piuttosto di un’altra festa di compleanno vendo un rene.
Ma soprattutto vi dico qual è l’unica cosa che mi rende felice.
Quello che mi rende felice e gioiosa è che tutti, tutti i genitori presenti, vedranno presto i loro figli viziati diventare adolescenti.
E in quel preciso, lunghissimo istante, la sconteranno tutta.

venerdì, marzo 06, 2009



Le storie d'amore nel mondo degli educatori...


"...E quindi, come va con l'uomo?"

"Eh, non stiamo più insieme..."

"Ma lui vive ancora da te?"

"Eh, si, dove va', che non ha nemmeno il permesso di soggiorno, per ora..."

"E quindi, come fate?"

"Mah, ho chiamato in distretto. Forse tra un paio di mesi riusciamo a separarci davvero. Appena l'assistente sociale ci dà l'ok...."

mercoledì, marzo 04, 2009

UN BUON NON-WEEK END, A CHI? A TE! A ME?

E mentre tutt'intorno, in tutto il mondo era mercoledi, a Boscolandia era il week end soffice che aspettavamo da tempo.

martedì, marzo 03, 2009



Tanto per restare in tema, oggi ho spedito il mio Testamento Biologico all'associazione A buon Diritto.
L'ho trovato nell'ultima pagina del Manifesto della settimana scorsa.
Non credo che abbia alcun valore legale, ma non si sa mai, metti che un mattino questo paese si sveglia e si accorge di essere una democrazia...

Se mai vi venisse in mente di compilarlo anche voi, sappiate che fa un po' impressione, ve lo dico subito.
Perchè non è come l'innocuo tesserino della donazione degli organi SI NO che era facile e non si entrava nel dettaglio.
Qui devi barrare delle caselle tipo In caso di coma irreversibile non voglio essere alimentata artificialmente, idratata, sottoposta a dialisi, a operazioni d'urgenza.
Insomma, sono cose che uno se le immagina pure e non è facile barrare tutta una serie di caselle in cui di fatto si dice:
Ti va bene se ti lasciamo morire?
SI
Sicura?
SI
Anche in un modo brutto?
SI
Anche in un modo orribile?
SI

Insomma, fa impressione.
Però io ho barrato tutte le caselle tutte e ho anche nominato la persona che prenderà queste decisioni al posto mio.
Ho nominato mio fratello Paolino.

Intanto perchè non è mio fratello vero, comunque, e questo aiuta. Magari un goccio in meno di sensi di colpa, poi.
E anche perchè è un fottutissimo cinico sadico, che anche io lo sono, ma come lui nessuno.
Non dico che si divertirebbe, ma insomma.
In ultimo perchè mio fratello Paolino è alto magro, fotogenico e intelligente.
E visto che ultimamente ogni volta che qualcuno fa un'azione semplice semplice democratica democratica, tutte le televisioni gli si avventano contro perchè fa notizia, io vorrei che se sul mio corpo si combattesse una battaglia, vorrei che a farne il portavoce fosse mio fratello Paolino.

Che anche se adesso sta a Pavia, sempre che mio fratello Paolino rimane il miglior divulgatore scientifico del mondo, e se BrunoVespa lo ospita sui suoi divanetti, sono tutti cazzi suoi.

domenica, marzo 01, 2009

Domenica, piove e buio.
Mi sono presa una serata tutta per me davanti al computer, a fare tutto quello che mi si accumula: le mail, il blog, gli amici lontani.
Anche quelli vicini, a dir la verità.
Avevo bisogno di una serata di contatto col virtuale, dopo un week end governato dalla mia attività onirica.
Ho fatto un sogno venerdi notte e ci ho lavorato su per quarantotto ore. Neanche fossi Martin Luther King.
Il sogno, poi, in realtà era un orribile incubo fatto di gente che voleva uccidermi, razzi spaziali incendiari, meteoriti, Natalie Portman e le immancabili porte che si aprono su un lungo corridoio buio.
Raccontato così sembra il sogno ormonale di un adolescente maschio.
Invece è stato bruttissimo, tutto un incubo governato dalla paura di non riuscire a stare a galla, di affogare nel casino, di essere da sola, la chiave di volta su cui reggono le sorti del mondo, la tartaruga del Mondo Disco.
Il bisogno di avere un aiuto, un Atlante qualsiasi a cui lasciare il peso della terra per qualche minuto di relax. E sentire nel profondo che Atlante scappa senza neanche voltarsi indietro.
Il bisogno di sentirsi le spalle coperte.

Su questa storia delle spalle coperte mi è venuta in mente una cosa che devo avere letto o in Tex Willer o in Lucky Luke.
La storia del marito di Poker Alice che si sedeva sempre con le spalle contro il muro, nei Saloon, per controllare che nessuno gli sparasse alle spalle.
Poi una volta è stato costretto a cambiare posto e gli hanno sparano alle spalle.
Avevo pensato di raccontarvela come fiaba del come si sente la nessie in questo periodo.

Però non ero sicura che la storia fosse proprio così, allora sono andata a cercare su Farwest.it che è un sito geniale, ho scoperto, sembra scritto da Dinamite Bla in persona.
Ci sono frasi come "era infatti maledettamente abile con le carte da gioco..." e "aveva sempre a portata di mano una calibro 38 ben carica..."

La mia storia però, sul sito, non c'è.
C'è tutta una lunga biografia di Poker Alice, che era una rampolla della middle class britannica che invece del the si è appassionata al poker e ai saloon.
Ma sembra che Poker Alice abbia avuto tre mariti, uno morto di polmonite e l'altro tipo anche. Il terzo non si sa, ma se fosse quella storia geniale e metaforica delle spalle contro il muro, sono sicura che il curatore di farwest.it non se la sarebbe lasciata scappare.
Quindi a questo punto, o sbaglio io, o sbaglia Tex Willer o sbaglia Lucky Luke.
Però guardate cosa ho trovato: una foto di Poker Alice da vecchia.
E' o non è una vecchina adorabile?
Peste, è così che voglio diventare!



venerdì, febbraio 27, 2009



Ho appena fatto un disastro.
Avevo lavorato una settimana per ottenere una riunione importante con persone importanti in un luogo importante.
L'avevo ottenuta.
E poi.
Ho segnato male l'orario in agenda.
Così, non ci siamo presentati.
Mi sento come Luigi XVI quando gli è venuto in mente che la ghigliottina l'aveva fatta brevettare lui.
Che poi questo è un falso storico, sembra. Tutta quella cosa di Monsieur Le Guigliottine, sembra sia un falso storico.
Diciamo in ogni caso che mi sento come Luigi XVI se gli fosse venuto in mente come ultimo pensiero che la ghigliottina l'aveva fatta brevettare lui.

Poi c'è da capire perchè io questa cosa degli orari sbagliati la faccia mediamente un volta al mese.
Di solito per riunione stupide. Questa volta no.
Ma come dice la mia capa SantaSubito che invece di impalarmi nei vicoli come mi sarei meritata mi ha detto Non importa, prendiamo un altro appuntamento, bisognerebbe capire perchè non solo io faccia così, ma soprattutto perchè io fornisca false informazioni a tutti con una sicurezza che non ammette repliche.
Perchè non è che mi dimentico, che faccio la svagata, così agli altri viene il dubbio, controllano e mi salvano dalla mia valvola di sfogo. Io ci vado giù a gamba tesa e convinco tutti del mio orario sbagliato. Alle 11! E puntuali, eh, che è importante. E poi era alle 10.

Comunque.
Lo sapete già come finirà questo post.
Finirà così.
Meno male che oggi ho la pissipissibaucologa.

martedì, febbraio 24, 2009



Vico dolcezza si è arricchita nuovamente.
Nel cortile interno adesso c'è la cuccia della Bicibellula, portata a casa dalle periferie, dopo lunga attesa.

Stamattina, primo viaggio verso l'ufficio, quasi muoio.
Perchè la Bicibellula è ancora priva di cestino e io avevo il materiale per il lavoro più bello del mondo, il lucchetto della danza del serpente, la borsa e soprattutto me stessa.
Così, a due metri da casa, ero già sbilanciata e quasi frano vicino ai bidoni della spazzatura.
Ma ho puntato i piedi sulla paura della più colossale delle figure di merda e sono rimasta in bilico sulla mia incertezza.
Poi ho trovato un improbabile baricentro e sono arrivata al lavoro più bello del mondo in quarantacinque secondi netti, tutta frizzante e con il trucco sfatto dal vento.

Adesso la Bicibellula aspetta soltanto il cestino per essere pronta alla primavera.
Ci aspettano lunghe biciclettate con l'amicaE verso i posti improbabili.
Purchè piatti.

giovedì, febbraio 19, 2009



Si, dovevo raccontarvi della macchina in comproprietà.
Ma una riunione mi ha ciucciato il cervello dalle orecchie con una cannuccia, e così adesso sono come lo spaventapasseri del mago di Oz.
Non potrei veramente dire nulla di intelligente, oggi pomeriggio.
Così mi concentro al mio massimo, e riesco giusto a produrre questa tranche di vita vissuta:
Stanotte ho fatto gli incubi. Mi sono svegliata sudata e ansimante alle 4 e 12: i giapponesi invadevano la Svizzera e uccidevano tutti. Me compresa.
Giuro.

mercoledì, febbraio 18, 2009



Mi accorgo che è primavera quando inizio a fare i progetti.
Perchè l'inverno mi piace, mi piace tantissimo, non è che una possa vantare un bisnonno che attraversa a piedi la Siberia senza che poi non ne rimangano tracce nel suo dna.
Però l'inverno un po' la progettualità me la blocca, questo devo ammetterlo. E rimango ancorata al passato, come alla linea di Stalingrado, fino a quando non si allungano le giornate.

Adesso che sono tre giorni che c'è il sole, lavatrici a parte, sono riuscita a mettere in cantiere tutta una serie di elaborati progetti mentali.
Intanto dopodomani ospito in vico dolcezza una cena di quelle che costruiscono i ponti verso le novità, ponti meravigliosi come l'arcobaleno del tricheco Dentilunghi, per chi mai si ricordasse Paolo Poli nei C'era una volta...
Che poi, scusate, sono costretta a divagare per una precisazione. Le cassette dei C'era una volta - gialle, con dentro le storie raccontate da Lella Costa, Paolo e Lucia Poli e mille e mille altri, quelle con Gobbolinoooo è il gatto della streeeega, e con C'era una montagna molto grossa che si chiamava testona rossa spaventava tutti a morte ma cambiò poi la sua sorte ingoiò teiera e the e crepò senza dire ahimè, e anche con Dotty e gli orsacchiotti e, appunto, Dentilunghi - le cassette gialle del c'era una volta...non sono per niente quelle che cominciavano con la sigla Di mille ce n'è di fiabe nel mondo da narrar (daaa narrar) venite con me in quel posto fatato per sognar non serve l'ombrello il cappottino rosso la cartella bella per venire con me basta un po' di fantasia e di bontà (eee diii bontàààà).
Questa era la sigla dei 45 giri con le fiabe tradizionali.
I vestiti nuovi dell'imperatore, Il gatto con gli stivali, Cappuccetto Rosso che faceva paura.
Era la sigla d'inizio e di fine delle fiabe tradizionali, quella della cartella e del cappottino rosso.
I C'era una volta avevano solo una musichina, mi sembra, e un din! tutte le volte che si girava la pagina del librino allegato alla cassetta.
Ecco, scusate, ma sempre alle cene dei trentenni c'è qualcuno che distrugge la mia filologia delle scienze delle merendine e confonde le cassette gialle con i 45 giri verdi. Mi andava di precisare.

Torniamo alla vita reale.
La novità più grande di quelle che mi sono pensata - insieme ad una progettazione notturna degli spazi di Vico dolcezza che mi convince tantissimo soprattutto perchè prevede l'ingresso di decine di mensole da libri - è la macchina in condivisione.
Ma ora che ci penso, l'idea della macchina in condivisione meriterebbe un post a sè.
E io ho sbrodolato tantissimo con le fiabe, oggi.
Allora della macchina in condivisione ve ne parlo domani.
Ma sappiate che è un'idea bellissima, e tutta primaverile.

martedì, febbraio 17, 2009

Che bello.
Ciccio Veltroni legge il mio blog.

Ciccio Veltroni, uots abaut dimetterti?

giovedì, febbraio 12, 2009


E' L'ITALIA, BELLEZZA



Negozio di fotocopie. Io e la gentil commessa.

Io: "Salve, vorrei fare 7 fotocopie a colori". E tiro fuori un libro

La commessa: impallidendo "Da un libro non posso fare fotocopie!"

Io: "Ma devo fotocopiare la copertina".

La commessa: "E' uguale. Non posso".

Io: "Ma è un libro fuori commercio".

La commessa: "Non importa, non ho l'autorizzazione. Mi chiudono il negozio".

Io faccio per andarmene

La commessa mi guarda con aria da Mercato Nero: "Se all'uscita non dice niente a nessuno gliele faccio".

Io: "Va bene".

La commessa prende il libro. Fotocopia una volta la copertina. Toglie il libro e me lo ridà. Io lo metto via. Lei fa le altre 6 fotocopie. Me le dà. Me le fa mettere via.

La commessa: " Sono 5 euro"

Io: Le dò 5 euro "Avrei bisogno dello scontrino per il rimborso"

Lei: "Eh, non posso farglielo, lo scontrino. Ufficialmente non le ho fatto neanche le fotocopie.

Io insisto

Lei: "Va bene, ma allora devo aggiungerci il 20% di iva. Sono 6 €"

Io le dò l'euro mancante. Lei mi fa mettere lo scontrino in un sacchetto diverso rispetto a quello dove avevo messo le fotocopie. Esco. Fuori c'è l'Italia.

mercoledì, febbraio 11, 2009

Direttamente da Giaime, il mio amico immaginario...