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mercoledì, marzo 24, 2010


Dice gli svizzeri che Il Cisalpino l’è mea un treno svizzero.
Dice che è qualcosa in compartecipazione italiana, e si vede.
Ma per me, salire sul Cisalpino a Milano Centrale, è come il detective di Roger Rabbit quando entra a Cartoonia, come Dorothy che passa dal Kansas al Paese di Oz.

Milano Centrale io, questa volta, l’ennesima volta, ci sono arrivata su un regionale venticinque minuti di ritardo, con i sedili rotti e lo sporco da carbonio 14.
A Milano Centrale, questa volta, l’ennesima volta da quando hanno tolto le panchine perché così non ci dormono i barboni, tutta l’umanità era un piedi in attesa che il tabellone partorisse gli orari.
A me, l’umanità in piedi in attesa a Stazione Centrale, sempre mi ricorda la foto scattata a piazza Venezia il giorno dell’entrata in guerra.

A Milano Centrale c’erano dieci ragazze vestite di bianco che regalavano la cocacola light. E soltanto intorno a loro si potevano individuare dei rari sorrisi. Perché tutto il resto, invece, questa volta, l’ennesima volta, era solo nervoso, urla e telefonini.
Il caffè costa un euro e venti, il cappuccino due euro, l’edicola non dà informazioni. Al piano terra è sorto un centro commerciale, con gli stessi negozi della fiumara, con le stesse vetrine, con le stesse offerte.

Esco per cercare un bancomat.
Metto la testa nell’edicola.
Tra i giornali sono appoggiati tre passerotti.
L’edicolante alza lo sguardo da Libero, caccia via i passerotti, mi dice Uccelli di merda. Ma qui devono venire, a rompere i coglioni?
Poi mi indica il bancomat. Che ha cinque sportelli.

Quando torno in stazione il Cisalpino è sul binario.
Supero cinque ragazze tristi alte tre metri e venti, accompagnate da altrettanti cinquantenni firmati GianfrancoFerrè e salgo sul treno.
Dentro cambia il setting.
E’ come tuffare la testa sotto l’acqua mentre i vicini danno una festa.
Dentro al Cisalpino tutti parlano a voce bassa.
Anche gli italiani.
Anche quelli di Como, per dire. Quelli che magari prima avevo visto sbraitare al telefono mentre stringevano la borsa al passaggio di tre ragazze rom.
Però lì si adeguano al contesto.
Un contesto di gente che legge, che mette la vibrazione al telefono, che parla piano, che guarda fuori dal finestrino.

Allora io mi dico che il setting è tutto.
Il setting, in Italia, in questo momento, è inospitale, è brutto, è sporco, è depresso, è claustrofobico.
Capisco che il mio amore per la Svizzera ha tanto a che fare con la possibilità di pensarsi e collocarsi in uno spazio accogliente. Se vale per gli ospedali, per le classi, per gli asili, per gli uffici, per i centri commerciali. Se tutti lo dicono, che si sta meglio, si produce di più, in un posto bello. Se vale per i negozi, perché non dovrebbe valere per i paesi?

E così arrivo a Mendrisio.
E dico Ho fatto un viaggio meraviglioso, sul Cisalpino.
Ma va? - mi rispondono – pensa che il Cisalpino funziona così male che le ferrovie Svizzere hanno accostato un treno che fa la stessa tratta, da Chiasso a Zurigo. Ma pulito e in orario.

lunedì, marzo 15, 2010



Casa numero quattordici.
Ci sono.
Ho dormito ieri per la prima volta sul soppalco, con un uomo che mi ha fatto i grattini sulla testa fino all’ultimo granello di veglia, e poi se n’è andato, tirandosi dietro la porta sulla mia ricercata solitudine.
Oggi ho passato la domenica a svuotare i miei trenta scatoloni di vita. Mi mancano soltanto quelli della cucina.
Ho fatto la prima spesa al supermercato sotto casa.
Ho preso il primo caffè al bar.
Aspetto martedi per la presentazione ufficiale in edicola.
Ho una casa che tutto sommato, a 30 ore dal trasloco, è molto più vivibile di vico dolcezza negli ultimi due mesi.
Ho posto per tutto, e qualcosa ancora avanza.
Nei prossimi giorni devo mettere in ordine rigoroso i libri, che sono il piccolo spazio alla mia compulsività ossessiva. Per genere, per autore, per formato.
Stamattina, prima del supermercato, avevo il frigorifero di uno yuppie: torte salate cucinate dalla mamma vino bianco e spumante. Adesso ho il latte, le uova, i sapori, l’insalata e un avanzo di brie lasciato dall’uomo dei grattini, che oggi è tornato a cucinarmi un pranzo da Famiglia Italiana, mentre io svuotavo scatole e piantavo chiodi, alla faccia delle differenze di genere.
Adesso che è mezzanotte di domenica, ho la colonna di pulp fiction bassa bassa, un silenzio meraviglioso, nessuno che torna, nessuno che si sveglia per andare in bagno e mi passa dietro la schiena strofinandosi gli occhi e bofonchiando Ancora sveglia?
Quando sono andata a vivere da sola per la prima volta, sei anni fa, ho passato le prime notti guardando film fino alle 6 del mattino.
Ho visto Novecento di Bertolucci, tutto, tra mezzanotte e le sei di un giovedi notte.
Avevo ventidue anni, vivevo con dei coinquilini orribili – La Seppia, Il Marines e La Camionista – e guardare i film fino alle sei del mattino senza che nessuno mi chiedesse nulla mi sembrava la più grande delle sperimentazioni di libertà. Ero una studentessa universitaria sotto tesi. Potevo permettermi di spegnere il telefono per non accettare le supplenze che mi facevano pagare l’affitto, se avevo guardato tutti i film con Gian Maria Volontè fino all’alba.
Potevo non sentirmi in colpa ad alzarmi alle tre, cucinarmi un purè con la carne macinata e mettermi a scrivere di Scuole e Partigiani.
Adesso che ho sei anni di più è solo mezzanotte ma è il momento di spegnere il computer, salvare il post che pubblicherò domani e andare a dormire, che domani ho le mie ragazzine.
Ma vado a dormire con questa splendida sensazione di solitudine avvolgente. Una sensazione che si impara ad apprezzare soltanto ad un certo punto, dopo le Seppie, i Marines, le Camioniste, le Mogli e le Ragazze fuori Moda.

martedì, giugno 09, 2009

Mezzanotte e quarantanove e io sono sveglia come se fossero le quattro del pomeriggio.
Ieri sono tornata a casa dai seggi alle quattro e con un’Europa xenofoba.
Sono piombata nell’oblìo più nero fino all’una, ma non è bastato, se è vero che quando mi sono alzata sembravo uno zombie con la labirintite reduce da una sbronza.
Un piatto di riso con l’olio, due telefonate e sono ricascata a peso morto sul letto, emergendone alle cinque del pomeriggio.
Il resto del mondo aveva vissuto, io avevo dormito.
A quel punto, sempre zombie, sempre reduce da una sbronza, ma senza labirintite, ho deciso che non avrei messo il naso fuori di casa.

Alle sei in Europa non era cambiato nulla, noi eravamo sempre extraparlamentari, la lega sempre al diecipercento, più del cinquantapercento del nord italia esplicitamente fascistaborghese, di pietro di sinistra, ma almeno io ero tornata una donna dalle sembianze umane. Reduce da una sbronza elettorale, di quelle cattive, una sbronza heinekken e tavernello, ma almeno umana.
Alle sei e mezza il deumidificatore in camera raccoglieva il suo litro e mezzo quotidiano mentre io prendevo il caffè con la mia ex moglie.
Alle sette il computer arrancava dietro ai brani musicali che non aggiorno mai e i figli dei vicini litigavano come al solito per sapere chi aveva buttato la palla oltre il muro.
Al tramonto una vespa enorme è venuta a morire sul mio davanzale mentre io accoglievo il ritorno della ragazza fuori moda.
Alle otto ho aperto il frigo e ho notato la comparsa della verdura biologica tra gli scaffali, così ho dato una pulita al lavandino, ho lavato i piatti e poi ho cucinato il pesce al burro in padella mentre la ragazza fuori moda creava una frittata alle erbette perfettamente tonda.
Dopo cena ho guardato tutti i libri di lavori creativi per bambini, mentre la ragazza fuori moda stirava le sue camicie.
Poi ho disturbato un uomo che guardava un film del ’34 in inglese e abbiamo avuto il solito scambio di opinioni incompatibili ma innamorate.
Adesso è mezzanotte e quarantanove e io sono sveglia come se fossero le quattro del pomeriggio.
Una giornata così piena di eventi che sembra una canzone senile di Francesco Guccini.

mercoledì, maggio 13, 2009



Giuro, senza incrociare le dita, che non sono mai stata particolarmente affascinata dalla figura di Enrico Berlinguer.
Trovo magnifica soltanto la definizione che hanno dato di lui di “morto sul lavoro”.
Al di là dei miei sottopentola, non ho altissime opinioni dei segretari del Pci, in generale.
E non è neanche questione di dna che dici, sai, ti hanno tirato su alla festa dell’unità, qualcosa dev’essere rimasto.
In casa mia si cantava Bee bee bee berlinguer chi pecora si fa il lupo se lo mangia.
Quindi, esclusa una mia influenza di partito.

Religione men che meno.
Dei protestanti non ho particolari buone opinioni, esclusi gli ospedali e un singolo rappresentate di mia conoscenza.
Scartata quindi anche l’influenza della dottrina.

Perché, dunque, io mi ritrovi intricata in questa appiccicosa morale calvinista che mi rovina la vita, non riesco a spiegarmelo.
Forse è l’undicesima piaga dell’extraparlamentare, la dodicesima dell’ateo, dopo le scolopendre nel bagno e i capelli grassi.
Tutta la fottutissima morale, tutto il dannato ostinato rigore che il pci ha perso a manciate anno dopo anno, pezzo di muro dopo pezzo di muro, l’ho vinto io.
Hanno tirato su il mio numero durante i funerèl del berlinguèr, o forse ho perso a carte con Gianni lo spazzino con le carte da ramino, tra Bulogna e Sàs Marcòn.

E così eccola qui, la nessie, che porta avanti il suo senso del dovere spingendolo su per le salite, come uno stercorario la sua palla di importantissima merda.
Eccola, la nessie, che se sbaglia qualcosa si convince che finirà in un inferno a cui neppure crede.
Eccola, la nessie, che rinuncia ad un seminario con Ascanio Celestini perché, come sempre, aveva preso degli altri impegni per lo stesso week end. Impegni lavorativi, ovviamente. Perché, da buona calvinista, al resto rinuncio, ma al lavoro.
E non aiuta questo fottutissimo lavoro precario – a proposito di ottimi segretari di partito – che se appena cedo mi viene chiesto – carinamente, mi viene chiesto, con tenerezza anche - Ma se hai bisogno di più tempo per te, al prossimo contratto puoi anche scegliere un monte ore inferiore.
Certo che posso, guadagnando ancora meno, e quindi dovendo fare altri lavori, improrogabili, sovrapponibili a tutto il resto della mia vita.

Io sono stufa ed è tutto il giorno che mi viene da piangere.
Perché ci sono delle volte, lo confesso, che esplodo d’invidia per quelli che possono permettersi di formarsi piano piano, tra un seminario di Celestini e un viaggio a Parigi, fino ai trent’anni.
Non quelli che la formazione e le cose belle devono incastrarle nelle fessure della vita.
Ma poi, andando nel concreto, esplodo di invidia anche per quelli che sanno mandare a Fanculo il proprio senso del dovere, quelli che non è a loro stessi che rinunciano, fanno rinunciare gli altri.
Quelli che oggi alle ragazzine avrebbero detto Domenica prossima non ci vediamo per fare i biscotti, mi dispiace, è domenica, ho i cazzi miei da fare.
E non si sarebbero fatti conquistare, non avrebbero neppure notato i loro occhi delusi.
Li invidio, quelli che semplicemente spengono il cellulare e partono.

Io non ce la faccio.
Io penso che mi sono presa degli impegni.
Penso che ho dato delle garanzie.
Come i navajos che si fumavano il calumet e poi, finito il tabacco, venivano massacrati.
Io sono i navajos: credo nel calumet e alla parola data, e alla fiducia accordata, sempre ci credo, anche il giorno dopo Sand Creek.
E così rinuncio, mentre intorno la morale, ma neanche la morale, la coerenza, ma neanche la coerenza, mentre intorno tra il dire e il fare c’è di mezzo una seconda repubblica, io sono rimasta legata all’ostinato rigore dei miei partigiani.
Che studiavano di notte per andare a dare gli esami da privatisti, sapendo che li avrebbero passati comunque, nel ’47, se solo si fossero presentati con la fascia del CLN, e invece ci andavano in borghese, preparati su tutto, perché così nessuno potesse dire che i partigiani se ne approfittavano.
Così loro si sono sacrificati la vita a studiare molto di più di quanto non fosse necessario.
E poi tanto Andreotti li ha fottuti.
E Pansa li ha smerdati.
E Togliatti li ha venduti.
E loro, lì, a studiare per morale, per coerenza, per correttezza.

Io ho questo dannato ostinato rigore.
Vorrei dire che me l’ha trasmesso il mio partigiano di riferimento, ma non è vero, ce l’avevo anche prima.
Non me la scrollo via, che mi ha azzannato il polpaccio chissà quando, è un merdosissimo tafano, questa morale.
E’ un’appendice sempre ad un passo dalla peritonite, questa coerenza.

E così io domenica sarò a fare i biscotti con le ragazzine.
E sabato i comunicati da ufficio stampa.
E venerdi l’equipe, la progettazione, i recall.
E al seminario di Celestini ci andranno quelli che in culla è arrivata la fatina del menefreghismo, a fargli la magia.
E quelli che quando sono nati è arrivata la fatina democristiana.
E anche quelli che in culla li ha salutati la fatina frikkettona con la canna tra le labbra.
Io invece no, che a me mi ha fatto la magia la fata che non l’aveva invitata nessuno, la fata Ferrero: protestante e berlingueriana.

mercoledì, aprile 22, 2009



E già che era stata una giornata per nulla faticosa.
Per nulla stressante, anche.
E già che non ne provenivo da un micidiale mal di testa da pizza fredda in piedi sull’autobus.
Dall’acuta percezione della settimana di ferie della pissipissibaucologa.
E dai tappi di cera nelle orecchie già belli che scaduti.

Già che ero un fiore di donna, avevo pensato che mi facevo una biciclettata serale, prima di tornare a casa.
Tanto la bicibellula mi aveva atteso sotto l’ufficio tutto il giorno, mentre arrostivo shakespeare alla brace con la mia mandria di giuliette adolescenti.
E quindi, per riportarla a casa, tanto valeva fare il giro lungo. Molto lungo, e chi se ne fotte del vento genovese in faccia, che tanto il mascara era già tutto bello che colato via.


Poi, insomma, ne provenivo dal post dell’auto glorificazione, dal post delle derapate, dovevo rendere gloria alla mia abilità sulle due ruote.
Detto fatto.
Tolgo il lucchetto.
Giro la bicibellula.
Attacco la salita. Faccio tre pedalate. Tre. Supero i bidoni dell’attraversamento topi. Scalo la marcia.
La bicibellula emette il seguente guaito: stu-tlunc.
E i pedali cominciano a girare a vuoto, come le palle di un aggressivo represso.

Già tanto che non sono caduta.
E già che non sono caduti anche tutti i santi del paradiso, che stasera mi ci mancava solo questa.
La cattiva notizia è che dio non esiste, la buona notizia è che comunque non mi avrebbe riparato la bici.

Comunque credo che si sia sminchiata la catena, ma voi che siete cresciuti a pane e biciclette, mica come me che l’ho scoperta in tarda età, l’avrete già capito.
Stu-tlunc è l’agonia della catena.
E voi che vi portavano in campagna dai nonni, probabilmente sapete anche come ripararla.
Io invece l’ho guardata attentamente, come si guarda un malato, e mi è sembrato tutto esattamente come prima dello stu-tlunc.Tipo come se mi fosse morta di emorragia interna.

Adesso, tempestivi solo come la morte e le multinazionali, quattro giorni fa da Decatlon mi hanno mandato un messaggino che diceva Hey, giovane cliente, hai diritto ad una revisione della tua bici.
Credo che ce ne avrò bisogno, in effetti.
Però come ci arrivo, da decatlon, che i pedali girano a vuoto come la biglia nella bottiglia di gazzosa?
Spingere ho già spinto, e neanche fino a casa, che oggi non ce la potevo fare.
L’ho lasciata nella terra di nessuno. E se un ladro se la ruba, cazzi suoi che deve spingere e poi portarsela lui da decatlon per la revisione, giovane cliente.
Se invece nessuno me la ruba.
Chi ha qualche idea per portare la bicibellula dal veterinario?
Faccio venire Decatlon a me?
Me la faccio riparare da Maometto?
Aiutatemi.
Non posso vivere senza la mia bicibellula.
Anche se, s’intende, posso smettere quando voglio.

mercoledì, marzo 18, 2009

POST IN DIFFERITA



In questo post stanco del martedi sera, dopo una giornata stanca, dopo un lunedì stanchissimo, vorrei parlare di due cose, e non so come metterle in relazione.

La prima è che ho visto un film meraviglioso al cinema, uno di quei film che rimarresti dentro a riguardartelo tutto di nuovo, un film che è così bello e così di classe che adesso me lo ricordo in bianco e nero, un film che clint eastwood può chiamare un film Gran Torino e renderlo comunque un capolavoro cinematografico ed educativo. Vorrei parlarvi del perché Gran Torino sia un capolavoro educativo.

La seconda è che è tornato Stakanov, a modo suo. No, non è questa la notizia. La notizia è che io sono tornata, e lui non è scappato. Week end meravigliosi a boscolandia, mi manchi ma quanto mi manchi ti penso ma quanto ti penso. Futuro incerto, vita intensa e felicità a momenti. Vorrei parlarvene, tanto per capirci qualcosa io, magari.

Ma mi si chiudono gli occhi. E sono le 21.26
Ho mangiato un rosti unto e un succo di frutta melacarotalimone e non lo so perché l’ho fatto. Forse per punirmi. Comunque mi si chiudono gli occhi. Ma se vado a dormire ora il rosti unto, la mela, la carota e il limone mi tireranno i piedi tutta notte. Non posso farlo. Devo resistere, ma il computer ha selezionato Simon & Garfunkel e non mi aiuta per niente.
Chiudo gli occhi.

Capossela, li riapro, ma mi sono dimenticata tutto quello che volevo dire.
Una mia ragazzina oggi mi ha parlato di sua nipote di undici mesi picchiata dal padre.
La mia meravigliosa capa, allora, mi ha detto Ok, ti mandiamo in supervisione, eh.
Una supervisione è una cosa che vai dallo psicologo e per un’ora gli racconti quanto stai male a consolare gli altri. E’una cosa meravigliosa, la supervisione. Io, anni fa, andavo in supervisione da un’analista che sembrava Sigmund Freud. Ed era una donna.

Sono di nuovo catatonica: di là suona la colonna sonora di quel film di kubrick che non finisce più e c’è la gente con la spada.
Dura tantissimo anche la canzone.

Il rosti è un cibo svizzero di patate unte, comunque. Nel caso siano venti righe che ve lo chiedete. Il succo mela carota e limone lo fa solo la coop.
Non ce la faccio.
Ho bisogno del letto.
I Tetes de bois hanno sferrato l’attacco definitivo alla mia veglia.
Faccio una sintesi.
Sintesi: sono di nuovo innamorata persa. E Gran Torino è un film meraviglioso che parla del potere educativo della cassetta degli attrezzi, degli involtini primavera e delle macchine d’epoca.