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venerdì, gennaio 09, 2009


Stasera scrivo con la mia elica di dna ebrea.
Ebrea che era ebreo mio padre, ed era ebreo mio nonno, e suo nonno prima di lui.
E chi dice che l'ebraismo passa da parte di madre non conosce gli ebrei: mezzo dna basta e avanza per comportarsi come il peggiore dei rabbini di Moni Ovadia.
Nella mia elica di dna, c'è dentro anche il mio bisnonno che adesso è nei libri di storia d'Israele, perchè si è inventato l'ebraico moderno e ha collaborato a scriverne il dizionario, lavorando nei primi Kibbutz, quando ancora qui c'era la guerra e lì c'era la Palestina.
E, inevitabilmente, condivido l'elica con tutto il mio pezzo di famiglia che vive in Israele, che non so quanti siano, ma sono tanti, sicuro più che in Italia.

Ora, fino a qualche anno fa i cugini di Telaviv erano piccoli, le volte che ci si vedeva si parlava di musica, si giocava a Uno con i numeri in ebraico e ci si insegnava le parolacce.
Divertente, multietnica, stravagante famiglia.
Poi, inevitabilmente, mi sono cresciuti i cugini.
E quasi contemporaneamente è nato facebook.

Facebook dovrebbero proibirlo alle persone con problemi di scissione della psiche.
Perchè io, su Facebook, sono amica di mio cugino diciannovenne di Telaviv, e sono amica anche del mio ulivo palestinese, non so se ve lo ricordate, ma si che ve lo ricordate.
Così mio cugino ha scoperto l'esistenza del mio ulivo palestinese (che, per fortuna, sapeva dell'esistenza di mio cugino, altrimenti immaginate che casino internazionale...)
Così mio cugino, dicevo, ha scoperto l'esistenza dell'ulivo palestinese e si è anche andato a guardare tutti i miei appelli su Gaza, e le foto che avevo pubblicato e, insomma, ha deciso che era venuto il momento di discutere con me di politica, in inglese.
Io, che mastico l'inglese come una vecchia con la dentiera nel bicchiere, e lui che tra qualche mese entra nell'Intelligence: parcondicio pochina.

Vi risparmio i miei pippotti buonisti e sgrammaticati.
Vi risparmio anche le sue minchiate aggressive in risposta ai miei pippotti buonisti e sgrammaticati.
Vi dico soltanto che avevo intravisto un barlume di speranza quando lui mi aveva scritto "...e sbagli a pensare che agli israeliani non dispiaccia per tutti questi innocenti uccisi...!"
A questo barlume di speranza mi ero aggrappata rispondendo "So perfettamente che per tanti israeliani che sostengono l'attacco, ce ne sono altrettanti che lo condannano".
Ed è qui che lui ha deciso di dimostrarmi il fallimento di Rabin, degli insegnamenti pacifisti, delle speranze nelle nuove generazioni e di un futuro di pace in medioriente.
E' qui che di mio cugino ho pensato Magari l'hanno adottato.
Perchè mi ha risposto: "Non hai capito. Dispiacerci ci dispiace. Ma meglio loro che noi".

Io, pensare che abbiamo mezzo dna in comune prima mi dà il voltastomaco, poi mi fa incazzare, poi mi dispiace, poi penso che è difficile per noi condannare da qui, poi che comunque la famiglia non si tocca, poi penso che sono intransigente, poi che Hamas, santamadonna, poi penso ad un'infanzia in un paese in panico costante e mi viene quasi da pensare Povero cugino.
Ma poi ricevo le lettere del mio ulivo palestinese, e guardo le foto della sua nipotina appena nata, e guardo tutti i reportage di gaza, e non sono pronta a scusare neanche in nome dell'elica di dna.
"Meglio loro che noi" è una frase che fa schifo. Non solo non c'è verità storica, dietro, ma è vomitevole nella forma e nel concetto.

Se ci penso, penso che questa era la frase incisa nella pallottola che ha ucciso Rabin, in ogni orma lasciata da Sharon nella camminata alla spianata delle moschee, nei morti di Shavra e Shatila.
Penso che mio cugino che dice "Meglio loro che noi" sia il migliore dei frutti di una politica miope e guerrafondaia.
Ma sono anche convinta, anzi sono certissima, che il mio bisnonno questa frase non avrebbe mai accettato di scriverla nel suo dizionario.
Qualcuno, forse, dovrebbe dirlo a mio cugino.

mercoledì, gennaio 09, 2008



ED ECCO COM'E' ANDATA, A LONDRA.

Ci sono stati dei momenti in cui volevo strappare il biglietto dell'aereo e non tornare piu'.
Raggomilotarmi a Londra come un verme solitario e trovare il modo di entrare gratis nei teatri, entrare ancora una volta alla Tate Gallery, una passeggiata nel parco, un'annusata all'aria di neve e al fish and chips.
Ungermi le dita ancora una volta negli orridi sandwich, scoprire di nuovo il gelato libanese, che sembra torrone morbido e freddo.
Allungare all'infinito le notti lunghe di sussurri.

Poi dei momenti, il primo minuto del 2008 ad esempio, in cui Londra mi sembrava la succursale di Latina e volevo scappare.
Immaginatevi Latina il venerdi sera con un bus di turisti inglesi capitato li' per caso ed avrete il capodanno londinese.
Non mi sono molto divertita, a capodanno.
Secondo me dovevo fare come tutti gli altri e strafarmi di funghetti allucinogeni.
Ma se poi mi prendeva male, mi trovavo a Latina con un bus di turisti inglesi capitato li' per caso, e io che piango su un marciapiede.
Non me la sono rischiata.
Un po' di noia sovraffollata, ma niente sert.

In tutto questo, poi, l'Ulivo Palestinese.
Sono arrivata ad una conclusione.
Mi ci è voluto un po' di tempo perchè non posso negare che quell'uomo diventi più bello ogni volta che lo vedo. E la bellezza, dannazione, è un altissimo ostacolo tra il pensiero e la razionalità.
Ma alla fine ce l'ho fatta, e ho capito.
Che non eravamo da soli.
C'ero io.
C'era lui.
Poi c'era il suo egocentrismo.
E la sua autoreferenzialità.
E il suo narcisismo.
E' finita che ci si stava un po' stretti, lì in una camera di un Residence Universitario.

Così non è che sia andata male, che abbiamo litigato, che ci siamo insultati o tirati i piatti. Non sono tornata indietro tirando su col naso e strascicando i piedi.
Semplicemente sono tornata indietro come fosse la cosa più naturale del mondo.
Come quando vai a trovare un amico e poi mica ti piazzi sul suo divano un mese, o una vita.
Stai bene, stai anche benissimo ma poi torni.
Ecco, sono tornata.
Non come l'ultima volta che se n'è andato lui e un pezzo me l'ha portato via.
Questa volta ho raccolto tutti gli Horcrux.

E poi la cosa bellissima è che sono riuscita a trasformare il ritorno in una piccola partenza.
Che è una cosa difficile da farsi... ci vuole un pizzico di follia e di attesa, per ottenere queste piccole magie di inizio anno.

mercoledì, dicembre 26, 2007


...E ALL'IMPROVVISO...

Ho un biglietto andata e ritorno per Londra in tasca.
E' il regalo dell'Ulivo Palestinese. Per chiarirci le idee, ha detto.
Torno l'anno prossimo, tra dieci giorni, e non mi sarò chiarita un bel niente.
Ma tanto lo so che ho la vita più incasinata del mondo, perchè ribellarsi a questo sistema delle cose? Prima o poi andrà a posto da sola, come il raffreddore che passa in sette giorni con le medicine, e in una settimana senza.
Per ora mi arrendo all'evidenza: se istituiscono il premio Vita Incasinata, io vinco ma non trovo un momento libero per andare a ritirare il premio.

Così mi sono detta, Echissenefrega se ci capirò ancora meno di prima, dopo questo viaggio.
E mentre facevo la valigia mi cullava il mantra: Londra è sempre un'ottima idea. Londra è sempre un'ottima idea. Londra è SEMPRE un'ottima idea.

giovedì, ottobre 11, 2007



E' FINITA NELL'UNICO MODO IN CUI LE STORIE D'AMORE POSSONO FINIRE: IN MODO STUPIDO.

Vorrei dirvi che è stata una decisione mia, perchè farei una figura migliore.
Ma non lo è stata per niente.
Io che mi aggrappavo all'idealismo, all'utopia, allo spostare il confine degli addii di due mesi in due mesi. E lui che ha costruito giorno dopo giorno la convinzione che fosse tutto stupido, che non servisse a nulla cercarci, telefonarci e sognarci tutte le notti, se la fine era comunque prevista.
Questo succede a stare con un Palestinese, che se decide di farsi esplodere per soffrire di meno, tu ancora devi convincerti che non era colpa sua, era la situazione.
Il mio Ulivo Palestinese ha deciso di fare esplodere la nostra storia d'amore su msn, per smettere di vivere una situazione oggettivamente di merda.
E' una scelta del cazzo e non la condivido.
Ma la democrazia nella vita di coppia non funziona, basta un voto contrario.
E non ho voglia di pensare se fosse una scusa oppure no, tanto che cambia?

Adesso vado dal dentista, a concludere tutta questa marcia autolesionista in bellezza.
Poi mi taglio i capelli, e mi butto nel lavoro: i doppi turni saranno tutti miei.
E il 20 di ottobre sarò riconoscibilissima.
Sarò quella che urla in corteo più forte di tutti, perchè tutto non mi esploda dentro.

giovedì, settembre 27, 2007



COMINCIAMO DALLA FINE

Alla fine, sul treno per milano, ci siamo fatti inghiottire dall'autunno.
E dopo esserci detti per un mese che era meglio decidere l'ultimo giorno, l'ultimo giorno non abbiamo preso nessuna decisione.

Ci abbiamo provato, insistentemente, mentre le lacrime di entrambi rimbalzavano sui sedili della prima classe declassata, ma ogni proposta sembrava o stupida o impraticabile o autolesionista. In una galleria infinita tra la liguria e il piemonte abbiamo quindi deciso di chiudere l'argomento, che la scientificità decisionale non fa per noi, e ci siamo impegnati ad abbellire il mondo a forza di feroce immaginazione.
Così - con lo stesso inspiegabile senso dell'orrido che aveva spinto l'Ulivo Palestinese a dichiararmi il suo amore allo stand delle frittelle alla festa dell'unità, al passaggio del ministro bersani - così ho ricevuto la mia prima proposta di matrimonio alla stazione di Ronco Scrivia.
Beninteso, matrimonio del Se fossi: "...se tu fossi una torta saresti una meringata, se tu fossi di Ramallah sarei andato a chiederti in sposa prima di partire".
Ma visto che non sono di Ramallah - e meno male, che la situazione già così non è semplice - ci accontentiamo di fichi secchi e ancora un po' di tempo, come regalo di partenza, per pensarci un po' su.
Forse una settimana, forse un mese, per vedere se è davvero così difficile staccarsi, o è solo panico da letto vuoto.
Lui penserà tra l'unto del fish & chips, io invece ho bisogno di tempo per guardarmi da fuori, per andare dalla fioraia ancora una volta, e comprare i fiori cupi del primo autunno.
E per riassaggiare la solitudine e il ritorno ai luoghi dell'anima e riscoprire come i sono i sapori, di nuovo, senza di lui.
Prenderemo una decisione a distanza, senza fretta, in autunno inoltrato. A me la pioggia mi aiuta a pensare.

L'aeroporto ci ha visti accoccolati, con le gambe sulle valigie più grandi del mondo. Poi abbiamo fatto le scale mobili tre volte, sempre le stesse, perchè c'era sempre una buona ragione per accartocciarci negli ennesimi ultimi cinque minuti.
Poi, basta.
Poi c'era il suo aereo per Londra.

E a me, a ritornare a galla dal piano -1, mi è venuto un attacco di panico. Di quelli da manuale. Che piangevo e non respiravo e mi sentivo soffocare.
Sono corsa fuori nella pioggia di malpensa a prendere stupidamente le gocce in faccia in piedi tra due taxi stupiti, e mi è passata solo quando ho pensato che sembravo un film di Ozpetek, mi sono fatta schifo da sola e ho ricominciato a respirare.

mercoledì, settembre 26, 2007



"PLEASE LOOK AFTER THIS BEAR. THANK YOU"

L'ulivo palestinese è a Londra.
Io mi faccio la dormita più lunga del mondo, chiudo gli occhi e mi nascondo dalla realtà per una dozzina di ore.
Ma poi, quando mi sveglio, torno.
E vi racconto.

giovedì, settembre 13, 2007



POST ESTEMPORANEO, TANTO PER FARVI SAPERE COME VA CON L'ULIVO PALESTINESE


Ha messo le mani con tatto nel mio spettacolo teatrale imperfetto ed è stato come quando aggiungi la crema ad una brioche vuota.
Si è armato di trapano e idee e adesso ho una stanza da letto.
In Via del Campo lo salutano già: Salam alechum Falestini.
Mi racconta le fiabe della buona notte e i sorrisi del buongiorno.
E mi ha fatto tornare la voglia di scrivere.

Non mi sta mettendo a posto l'incasinatissimo armadio quattro stagioni in cui si adagia la mia psiche.
Ma qualche cassetto si.



sabato, agosto 25, 2007



L'ETERNA LOTTA DEL BENE CONTRO IL MALE

Per muoversi dalla Palestina serve un Visto. Che poi altro non è che un timbro sul passaporto.
Serve un visto, un controllo dei precedenti penali, un nulla osta dell'ambasciata di provenienza e di quella d'arrivo.
Serve un foglio in tre lingue che dica perchè ci si vuole spostare, per quanto tempo, dove si pensa di alloggiare, chi paga le spese di viaggio e di permanenza.
Per ragioni di sicurezza, ovviamente.

L'attesa per avere il Visto varia, tra i dieci e i quaranta giorni.

Quando, il mese scorso, il mio Ulivo Palestinese vince una borsa di studio promossa dal governo della Perfida Albione, la Perfida Albione stessa medesima si prende in ogni caso il suo tempo per controllare. Venticinque giorni di controlli, che la disciplina Blair non è passata invano e poi c'è la pausa per l'acqua calda delle cinque.
La guerra contro il terrorismo internazionale necessita tempi lunghi.

Mercoledi scorso il Visto e il rapporto della polizia non erano ancora pronti.
L'ulivo palestinese telefona e dice Io devo partire, mi serve il Visto.
Va bene, dicono loro, le facciamo sapere.
Giovedi mattina il visto è pronto e anche il rapporto della polizia, Li venga pure a prendere.

Ma l'Ambasciata della Perfida Albione dista decine di chilometri e altrettanti checkpoint, così l'Ulivo Palestinese dice Vengo domani, che oggi ormai è tardi.
Ah no, mister, sorry, ma domani è venerdi e noi chiudiamo perchè siamo in plaestina, sabato chiudiamo perchè ufficialmente siamo in israele, e domenica chiudiamo perchè siamo inglesi.
Ma lunedi è tardi, dice l'ulivo palestinese, io martedi devo essere in Giordania.
Venga oggi, risponde con aplomb il britannico, ma noi tra mezz'ora chiudiamo.
Non ce la farò mai, risponde disperato l'Ulivo Palestinese.
Non si preoccupi, sir, se non arriva in tempo le lascio il passaporto al supermercato sotto all'ambasciata, alla cassa tre.

Ecco.
I controlli nell'era nel consumismo.
E così adesso lo sapete, quando ci sono gli attentati, come hanno fatto i terroristi a passare le frontiere, a beffare i servizi segreti internazionali, ad ottenere un passaporto pulito per smerciare kalashnikov.
Hanno fatto un salto al supermercato.

mercoledì, luglio 25, 2007



COFFEE AND TEA

A chi si fosse distratto, vorrei ricordare che il mio attuale fidanzato di lavoro fa il Patch Addams dei Campi Profughi.
Per altro non solo dei campi profughi, se è vero che una delle mie scintille di passione è scoccata mentre lui mi raccontava di quando andarono a fare uno spettacolo vestiti da clown nel reparto tumori infantili dell'ospedale di Ramallah e poi uscirono - lui e il suo regista - e si chiusero in macchina a piangere per due ore.
Il Patch Addams di dove capita.
La sua foto su emmessenne lo ritrae con tutta una massa di riccioli plasticosi e un naso da clown mentre fa il cretino in una scuola materna di Betlemme.
Se cerchi il suo nome su google immagini non c'è una volta che sia vestito non dico normale, dico umano.
Riassumendo, il mio attuale fidanzato di lavoro fa il cretino. Di primo lavoro, intendo, non di secondo come un sacco di altre persone che conosco.

Per superare questi mesi di distanza, nella famosa notte romana di tutte le mie lacrime sui binari, il mio Patch Addams palestinese mi ha regalato uno dei suoi nasi da clown, che adesso è l'unica cosa rimasta appesa al mio muro traslocante, come un pomodoro spiaccicato su un chiodo.
Inevitabilmente, quindi, non è facile prendere le cose sul serio, con lui.
E la cosa mi fa un gran bene, che se mi si lasciasse fare, io sbatterei la testa contro un muro per due giorni, per vedere cosa c'è dentro. Con lui è una meraviglia cadere sul morbido.

Così, in questo giorni di attesa consolare, io mi preoccupavo e mi rodevo e mi impensierivo. E lui invece si ammazzava di piscina, prove teatrali e guardava film anni '50 insieme a sua madre. Film con Sophia Lauren, come dice lui. E se parlava del consolato lo faceva imitando l'accento orrendamente british e rispondendo "coffee and tea" a qualsiasi mia domanda.
Ha questa capacità di non innervosirmi, con questo suo ridere di tutto, che neanche io me la spiego, a dire la verità.

Poi, ieri, mi arriva un suo messaggio che dice "Ha chiamato il consolato, brutte notizie, non ho vinto la borsa di studio".
Io, che agonizzavo nel letto dopo una mattinata in cui non solo avevo fatto tutte le commissioni insieme, ma le avevo fatte con le scarpe sbagliate, subito mi prende l'animo della Giovanna D'arco e corro giù per via glutei sodi e per il meraviglioso e caldissimo e sovraffollato ghetto genovese, alla ricerca di un internet point.
Per tirargli su il morale, penso, perchè come tutti i clown, se gli viene la tristezza escono le lacrime anche dal fiore sul bavero della giacca.

E mi risponde triiiste, deeepresso, Guarda, non ho voglia di parlarne, come vanno gli scatoloni?
E io che a quel punto non so cosa dire, che ho fatto tre chilometri sotto il sole per consolarlo, e lui non vuole farsi consolare e degli scatoloni non mi importa niente, c'è solo quella fottutissima spada di Damocle che sta affettando le possibilità future.
E allora insisto e dico Dimmi cosa ti hanno detto.
Ci tieni proprio? sempre con la voce moooolto deeeepressa
Si che ci tengo, cazzo. Dei fottutissimi inglesi stanno strappando a morsi l'autunno del nostro contento e tu non mi vuoi neanche raccontare com'è andata?
Niente, mi hanno chiamato - dice lui, la voce quasi rotta dal pianto - e mi hanno detto Buongiorno è il Consolato inglese, parliamo con l'ulivo palestinese? ...Siamo molto spiacenti, ma lei ha vinto la borsa.
E scoppia a ridere, l'imbecille.
E ride tantissimo, il coglione.
E io ci metto cinque minuti a capire, che l'ostacolo della lingua e quello della depressione mi bloccano l'ironia.
Ma quando ho capito, prima l'ho riempito di insulti.
E dentro di me mi dicevo Perchè perchè, Nessie, non puoi innamorarti, che so, di un dottore, di un ingegnere, di un impiegato di un lavoro senza lati ironici?
Ma poi è venuto da ridere anche a me, quando ho scoperto che veramente il Consolato aveva deciso di fargli lo scherzo e gli aveva detto Siamo molto spiacenti...ma lei ha vinto la borsa.
...e poi sono stati di nuovo scatoloni, ma con tutto un altro animo, tutto un animo coffe and tea.

lunedì, luglio 23, 2007



IL GIORNO PIU' LUNGO

La storia d'amore tra me e il mio Ulivo Palestinese è, per usare un termine da Parco della Vittoria, ipotecata.
Tutta una gran quantità di spade di Damocle pendono sulle nostre teste intercontinentali: dalle più semplici da risolvere - black out e check point che impediscono saltuariamente la comunicazione - alle più deprimenti - un mese e mezzo per ottenere un visto, seicentoeuro di biglietto amman-milano.
Ma di tutte le spade di Damocle, una è la più affilata e la più pericolosa; una tra tutte, è la spada che potrebbe tagliare in due pezzi composti una sciarpa di seta fatta planare in slowmotion, come nei film giapani. Quella e solo quella spada, potrebbe permetterci di pagare il 10% dell'azione ipotecata, passando dal Via senza finire sulla Tassa Patrimoniale. Sul manico di quest'arma da Sandokan è incisa l'inquietante parola Borsadistudio.

Perchè il mio Ulivo Palestinese, ad ottobre, se vince la Borsadistudio, vola a Londra per un anno.
Londra è sempre un mare di mezzo, ma è già lo stesso Continente.
Non ci sono check point a Londra.
C'è un aeroporto intero, a Londra. Anzi tre. Quello palestinese, di aeroporto, non esiste più dalla seconda intifada.
Londra c'è il Low Coast.
Londra c'è una stanza indipendente nel Campus.
Londra, senza borsa di studio, sono 15.000€ per un anno di specialistica.
S'intende, senza borsa di studio il mio Ulivo Palestinese non si trasferisce proprio da nessuna parte, alla faccia del Vola solo chi osa farlo.

E oggi è il giorno delle Risposte.
In atesa di una telefonata del Consolato al mio Ulivo Palestinese, dopo un mese e mezzo di suspence, come nei quiz mericani quando mettono la pubblicità prima della risposta definitiva.
E poi la sciarpa di seta della nostra storia bloccherà lo slowmotion oppure verrà tagliuzzata in minuscoli tocchetti colorati, perfettamente simmetrici alla nostra delusione.

lunedì, luglio 02, 2007



LODE ALL'ATEISMO

Sono la donna affascinata dal pellegrinaggio quanto può esserlo l'orso yoghi da un picnic della Lega per la Macrobiotica.
Con le religioni ho un pessimo rapporto, ma se proprio devo andare a vedere cos'è la cosa che mi infastidisce di più, i pellegrinaggi obbligatori stanno ben in alto nella mia top ten dell'Odio per l'oppio dei popoli.

Così ieri notte, nel mio pellegrinaggio tra le mecche degli internet point, mentre cercavo disperatamente un totem dotato contemporaneamente di connessione, webcam e microfono, sono crollata nel più profondo degli ateismi.

Perchè, insomma, il dio delle storie a distanza le aveva fatte veramente tutte questa settimana, per destabilizzarmi: un computer rotto, un ulivo palestinese bloccato a hebron, un black out del mossad, una connessione saltata, un messaggio Dobbiamo parlare e poi 48 ore di attesa. Aggiungi un pizzico di premestruo, una chimica frizzante, un trasloco, una conferenza stampa, e otterai inevitabilmente un profondo relativismo nessiano.

La conseguenza dell'improvviso ateismo si è rovesciata sugli avventori dell'internet point La Mecca della Storia a Distanza.
Sono entrata senza neanche togliermi le scarpe - che ne venivo appunto da un pellegrinaggio serale tra boicottanti connessioni - mi sono lanciata nella cabina del telefono, con tutto il mio discorso in testa, già tutto in inglese, già tutto pronto, Ok, si, dobbiamo parlare, ma non stasera che gli Dei sghignazzano dall'olimpo del nostro pellegrinaggio intercontinentale, stasera no, stasera mi racconti la storia della buona notte e io torno a casa sorridendo, e domani, domani ci saranno tutte le connessioni del mondo per dirci Ce la faremo, ancora un mese e mezzo.
Tutto pronto, sulla punta della lingua.
E quando lui ha risposto Halo, habibtee , io sono scoppiata a piangere come una cretina, con tutto il mascara che colava sulla faccia, e gli adepti della Mecca della Storia a Distanza che guardavano preoccupati, e lui che cercava di capire e chiedeva Ma perchè piangi? E io, singhiozzante, i'm just before my period.... E nel fiume di lacrime e sudore - che il confessionale era una scatola di plexiglass in fondo ad una stanza senza finestre - le due signore africane nelle scatole contigue mi sorridevano come a dire Dura l'emigrazione, eh...

giovedì, giugno 28, 2007



IL MATRIMONIO DI TUYA

In realtà non avevo voglia di fare nessuna recensione di film, stasera.
Avevo voglie delle chiacchere dolci su skype.
Ma gl'israeliani c'hanno tagliato l'elettricità, all'ulivo palestinese, più o meno tra Il quanto mi manchi oh quanto mi manchi e il No manchi di più a me.
E allora adesso sono qui che vedo se era solo una prova di forza degl'israeliani e l'elettricità torna oppure no è proprio che hanno bombardato il generatore, e allora me ne vado a casa.

E già che ci sono, allora faccio la recensione del Matrimonio di Tuya.
E vi dico No, lo ammetto, questo mio di stasera non è un ottimo modo per passare il mio tempo, che è un po' noioso stare qui ad aspettare e sperare nella benevolenza energetica del mossad.

Però, ecco, se pensate di passare una serata molto migliore e molto più divertente andando al cinema a vedere Il matrimonio di Tuya, vi sbagliate.
Perchè, noia a parte, tutto il resto sono cammelli pelosi, mariti mongoli e donne con la pashmina in pandant con il camion.

sabato, giugno 16, 2007


VITE PARALLELE

Ieri, a Ramallah, il mio ulivo palestinese ha dato l'ultimo esame per espatriare nella perfida Albione a partire dal primo di ottobre.
L'espatrio con borsa di studio avrebbe tutta una serie di benefiche ricadute sulla sottoscritta e sulla vita di coppia, con una distanza di soli 1300 km tra Genova e Londra, ma soprattutto un invidiabile collegamento quotidiano loucost.

Così ieri mattina il mio ulivo palestinese ha percorso in taxi le due ore di strada tra Betlemme e Ramallah ed è arrivato all'Università.
Mentre l'intervista molto british decideva del nostro futuro, i miliziani di Hamas occupavano il Ministero della Pubblica Istruzione, a Ramallah.
Io, nel frattempo, facevo la coda all'INPS.

Mentre il mio ulivo palestinese usciva dall'Università e cercava un panino con i falafel nel caldo palestinese, nella strada si fronteggiavano i miliziani di Hamas e i sostenitori di Al Fatah.
Io, nel frattempo, consegnavo le pagelle di fine anno.

Il mio ulivo palestinese non si scompone e chiama il taxi per tornare a Betlemme.
Io, invece, concluse le pagelle, decido di permettermi una telefonata dal phone center. Dieci minuti di telefonata costano come un'ora di internet point. Ma i taxi in Palestina, strano a dirsi, non sono dotati di internet uaifai e ieri era la Giornata Decisiva.

Entro nel phone center più vicino che non è il mio phone center solito, quello pakistano dove ormai è tutto uno sconto perchè sono una cliente che ce ne fossero.
E' un altro phone center, di quelli sporchi e unti, quelli veri, mica quelli da Erasmus con malinconia.

Mi immergo nella cabina claustrofobica e faccio tutto questo lungo numero di quattordici cifre.
E lo sbaglio.
Metto giù e riprovo.
Ci prendo, e sul monitor appare "Israel mobile".

Mi risponde, l'ulivo palestinese, con il suo Proonto strascicato e ironico di quando sa che sono io, e ci concediamo dieci minuti di chiacchere del Cosa ti hanno chiesto? Come ti sembra che sia andata? Quando sono i risultati? Lo sai, si sparavano addosso, di fronte all'Università.
Poi metto giù e vado a pagare.

Il proprietario del phone center mi guarda strano e mi dice: treeuroequaranta.
Io dico Cazzo, nel mio phone center solito sono dueeuroecinquanta.
Ma prendo il portafoglio senza battere ciglio.
Il proprietario mi guarda e mi dice: hai chiamato in Israele, no?
No - rispondo distratta - veramente ho chiamato in Palestina.
Ah, allora sono dueeuroecinquanta.

martedì, giugno 12, 2007


RESPIRA PROFONDO, BIANCANEVE

In questa comunicazione precaria italia-palestina, i cinque sensi non riescono mai ad esprimersi contemporaneamente. Ieri notte io lo sentivo parlare e non lo vedevo, lui mi leggeva sulla chat e intanto mi mandava dei fotogrammi dalla web cam.
A volte invece io lo sento e lui mi vede, oppure io lo vedo e lui mi sente. Altre volte io gli mando un messaggio e lui mi chiama, e spesso cade la linea. Altre volte ancora io provo a chiamarlo e mi risponde la signorina Telecom Palestina.

Stiamo lavorando sui profumi, che presto gli manderò un pacco con tutta una serie di cosine di casa mia, di incensi che abbiamo acceso mentre era qui.
Al tatto abbiamo rinunciato, in attesa di agosto.

In questa notte di sensi parziali, ieri, mentre lui sussurrava nel mio auricolare e a me sembrava di averlo proprio lì, accoccolato tra il timpano e il martelletto, il mio albero palestinese mi ha detto una di quelle cose che ti ricordano che la globalizzazione non è mica una cosa vera, è una vicinanza fasulla.

Mi ha detto Sai ho parlato con la mia migliore amica di questa cosa che tu hai i parenti in Israele. Ed era meglio se non glielo dicevo. Perchè, sai, un conto è se vieni qui tu, hannunti mio papavero, che sei europea e bianca e non ti tocca nessuno neanche se tua nonna era Golda Meier perchè scoppia un casino internazionale e ce ne fucilano al muro uno ogni dieci.
Ma io, io è diverso. Ed è meglio se non lo dico troppo in giro, di questa tua cosa dei bisnonni fondatori dello stato di israele.
Perchè se poi la gente pensa che io me la faccio con le spie..

Così, di colpo, accoccolata tra il mio timpano e il mio martelletto, c'era tutta una trama da spy story, tutto un Munich, uno 007 in Medioriente, un Syriana.
Innaspettato, perchè io sono la Biancaneve della politica.

Ma poi è scivolato via tutto, tra programmi di agosto e biglietti aerei, e di nuovo sembravamo due innamorati occidentali, preoccupati per i soldi che non ci sono e per l'incrocio delle date.
Emozionati per il bambino appena nato, figlio di Is., l'altissimo tecnico luci. E la foto che il mio albero palestinese gli ha fatto a 3 ore di vita, apposta per mandarla a me.

E così quando era notte qui, ed era ancora più notte a Betlemme, ci siamo salutati. Sussurrando, lui, battendo piano sulla tastiera, io.

Nessuno l'ha interrogato stanotte, SatunTi, che adesso è al campo profughi di D. a insegnare teatro agli adolescenti, mentre io dovrei lavorare sulla conferenza stampa del jazz.
E mi convinco, Biancaneve fino alla fine, che nessuno lo interrogherà, e perchè dovrebbero farlo? Perchè si dovrebbe sapere? Mica ci sono i cartelli con il mio albero genealogico, a Betlemme.
A Betlemme non succede mai niente, che c'è di mezzo il vaticano.
Betlemme sono i parioli della Palestina. Basta stare lontani dal muro.
Lasciamo Ian Feleming agli adolescenti degli anni '60, che la realtà non è fatta di vetri finti e intercettazioni.
E poi, da che mondo e mondo, sono più di 2000 anni che a Betlemme si nasce, mica si muore.

sabato, giugno 02, 2007



VIAGGI & RIPICCHE


La cosa migliore del mio mese in Merica nel 1995 è stato il viaggio.

La signora che faceva l’uncinetto, il film con Brad pitt con i capelli lunghi e mentre tutte le altre donne del mondo discutevano E’ meglio con i capelli corti alla Thelma e Louise o con i capelli lunghi alla Vento di Passioni, io era la prima volta che lo vedevo, Brad Pitt, e mi piaceva di più
Antony Hopkins.

Poi c’erano tutte queste cosine da mangiare e le cuffie con la musica e lo spazio per le gambe...per chi ha delle gambe da stendere intendo, mica io.
E poi, vuoi mettere, da sola con i miei 13 anni e lo zaino nuovo nuovo nel bagagliaio.

Poi però il viaggio è finito e mi sono trovata alla Merica.
Nell’aeroporto internazionale JFK subito mi ci sono persa. No, in realtà è l’alitalia che ha perso il mio bagaglio e io, di conseguenza, mi sono persa cercando il posto della denuncia. Era il mio zaino nuovo, insomma, ci tenevo. Ma non è facile spiegarla, questa cosa, quando il tuo vocabolario si ferma a the cat is on the table, where is the cat? it is on the table.


Quando il mio bagaglio è stato scovato sul nastro trasportatore di Taipei, sono stata trasportata in Niu Gersi sotto effetto Jet Leg.
Il Niu Gersi, dal finestrino della jeap, a pensarci a posteriori, sembrava il reparto giardinaggio di Castorama.
Io, a voler fare un elenco delle cose che mi ricordo del Niu Gersi, il primo flash è quello di tutta una folla che fa giogghing alle 8 del mattino con 40 gradi. Poi ci sono i procioni che rovistavano nella spazzatura, la televisione con i mille e mille canali, i biscotti con in mezzo la crema di noccioline, i bruchi nel filtro della piscina, il negozio dei gelati con i gelati pagati al chilo, il centro commerciale, lo sciopping, il 4 luglio con i fuochi d’artificio e l’inno cantato con la mano sul cuore, e questa lingua masticata come un bigbabol panna e fragola.

Dei due pomeriggi a niu iork invece mi ricordo le tuin tauers, che c’era tutto un controllo all’ingresso per vedere se avevi bombe nello zaino e poi un lunghissimo parapetto anti suicidi all’ultimo piano, che a pensarci adesso fa un po’ ridere.
Poi, dopo le tuin touers, Titti e Silvestro che saltano su un marciapiede, circondati da turisti che fanno foto, e niuorchesi infastiditi che cercano di driblare Warner Bross e giapponesi per correre da una parte all'altra come palline di mercurio.
Poi mi ricordo Tiffany, sulla 5th strada, e non faceva venire voglia neanche un po’ di fermarsi a fare colazione.
Del Sentralparc invece mi ricordo una signora che portava a passeggio un’iguana con il guinzaglio e tutto un gruppo che faceva tai chi. Leeenti. Quelli qualcuno si fermava a guardarli, che erano un'attrazione: l'unica cosa lenta in tutta niu iorc.


Comunque niu iork almeno era niu iork, e i due pomeriggi che ci sono andata avrei voluto restarci, che in niu giersi stavo lievitando a furia di noia e biscotti alla crema di noccioline.
Ho visto anche l’unico film horror della mia vita, in Merica. Una robaccia in bianco e nero con un pezzo di carne che ad un certo punto marciva sul tavolo e il protagonista che andava in bagno a vomitare e gli si staccava la faccia nel lavandino.
Se io vedo un film horror in mericano un pomeriggio alla televisione vuol dire che proprio sto agonizzando nella noia.

Così ho fatto cambiare il biglietto e sono tornata indietro prima del previsto.
E la Merica è rimasta lì, come un cinto d’ernia che sembrava la fondina per la pistola.

Così, quando il mio albero d’ulivo mi ha detto che cambia il suo biglietto aereo per il Vermont d’agosto e viene a Genova ad aiutarmi nel trasloco in Vico Dolcezza e a stare qui, che sei meglio della Merica, hannuntee, mio papavero, ha detto il mio albero d’ulivo, io ho pensato che adesso siamo pari, Merica. Uno a uno palla al centro.

Anche se devo ancora perdere il sovrappeso accumulato con le banana split.

martedì, maggio 22, 2007

VACANZE ROMANE





Il week end è iniziato, com'era prevedibile, con un imprevisto.
Stavo già scendendo a Pisa, direzione orvieto, quando un boicottaggio internazionale blocca il mio Albero di Ulivo alla stazione di Bari. E perde il treno. E mi dice Vediamoci a Roma. E allora io proseguo per Roma con il biglietto sbagliato e il controllore accondiscencendente, perchè in Toscana c'era sciopero e allora, signorì, non le faccio la multa che capisco il disagio.


L'arrivo alla stazione. Il mio, alle 18. Il suo alle 23, con ritardo trenitalia. Nell'attesa sono andata in Vaticano, perchè a Roma faceva troppo caldo e ho pensato che espatriare fosse una bella idea. Infatti lo è stata, che in vaticano alla sera non c'è nessuno, ma in compenso è tutto pulito, che tanto le guardiesvizzere non hanno niente da fare e credo che tirino su le cartacce dei giapponesi con le alabarde. E così mi sono messa a leggere il Manifesto, con San Pietro davanti e le colonne a sorreggere la mia schiena stanca.


Lui che alle 2330 ci scusiamo per il ritardo, si nasconde dietro alla panchina e mi abbraccia mentre io lo cerco con lo sguardo che arriva fino a Ostia.
Poi, Roma di notte alla ricerca di qualcuno con un divano per noi. E alla fine suoniamo al citofono di C., hippie d'età indefinita e passione per la Palestina. E soprattutto con un comodo divano ikea.





Stacco. Scritta nera. Il giorno dopo.


Una serie di flash, con lui che parla in arabo con la sua nipotina di due anni al cellulare sul treno per Orvieto. E tutti tutti che lo guardano e si vede benissimo che pensano Ma che cazzo sta a' fa' 'sto arabo che fa le boccacce al cellulare?
E Orvieto che è una meraviglia, sembra Carcassonne senza turisti.
E io che mi chiedo Ma devo aspettare che arrivi qualcuno da Betlemme per portarmici, in un posto così?
E quindi lo abbandono al suo piano luci in arabo e vado a fare un giro bellissimo e scopro il pozzo di San Patrizio ad Orvieto e quando chiedo Ma come in Irlanda?? La risposta è Ao', ma che Irlanda!? Ad Orvieto, stiamo.





Poi, il momento thriller. La discesa lungo la roccia di tufo alla ricerca della scorciatoia per l'albergo. Buio completo. Stelle e buio. E lui che mi canta la ninnananna araba che parla della notte scura. E io che cerco di imparare le parole. E lui che mi dice che ho l'accetto israeliano. E io dico Non è vero! E lui No, ma mi piace pensarlo.
E all'apice del romanticismo cinque ferocissimi cani, da dietro un cancello, iniziano a sbraitarci addosso. E io che gli chiedo E se saltano? E lui che risponde, Nel caso facciamo come al Check point e gli mostriamo il passaporto.
Non hanno saltato. Per altro, io non ho il passaporto.





Censura. Scritta nera. Domenica.


Sveglia alle settemmezza. Che spegniamo. E riapriamo gli occhi quando l'ora del check out dell'albergo è passato da almeno 90 minuti. Il mio Ulivo palestinese chiama la reception e dice Sorry. E la proprietaria dell'albergo risponde Figuratevi, siete così una bella coppia.
La corsa al treno, mentre la Boss della compagnia gli urla al telefono in arabo Da quando c'è quella lì...! trovando così un punto d'unione tra lo stile ebraico e quello palestinese.


Arrivo a Forte Prenestino. Tutti frikkettoni per un pomeriggio. Con la scoperta che al banchetto antiproibizionista vendono il tiramisù "special". Ma special in che senso? chiede il regista. Special nel senso antiproibizionista. Ah. Per favore, me ne prendi 5 pezzi?


Il momento Taratino, in cui io inciampo su un paletto di ferro e quasi quasi ci lascio un piede.



La preparazione dello spettacolo. Il mio Ulivo palestinese che chiede un cavo per il proiettore e la risposta Eh, il cavo, il cavo. Te lo sai 'ndo sta sto cavo? Eh, neppur'io lo so.
Le nostre ombre appassionate da dietro il telone un minuto prima dello spettacolo, lui che mi fa l'occhiolino durante gli applausi, il nostro film che diventa sempre più melenso.



Scritta nera. Ultimo giorno. Gli spettatori abbandonano la sala. Rimangono solo le casalinghe dalla lacrima facile e le adolescenti in attesa del primo amore.



Tutta una giornata tesa a posticipare le lacrime, a fare i cretini per non piangere, a fare la corsa con le dita sulla ringhiera della scala mobile, facendo ridere tutti i giapponesi. Mettendoci il naso da clown quando l'altro sta per cominciare un discorso serio. Pagando un caffè e restando nel bar a scrivere in arabo sulla mia agenda. A fare le boccacce ai bambini per strada.



E infine Casablanca. Io che piango, lui che Suonala ancora Sam. Questo non è un bacio d'addio è un bacio see you soon, hannun-ti, mio papavero.
Lui che va via dalla Stazione Ostiense mentre io lo saluto con il naso da Clown, le lacrime e una folla di spettatori commossi in attesa, come me, del treno della notte.

Questo è il materiale che ho girato. O lo porto a Cannes, o mi impicco nella doccia.

giovedì, maggio 17, 2007



RESPIRA PROFONDO, NESSIE

Avevo il biglietto del treno in tasca.
Il telefono dell'alberghetto economico di orvieto a cui dare la conferma.
Il piano ceretta in programmazione.
Il giorno di ferie.
La pissipissibaucologa spostata al mercoledi.
Il pane per i panini del viaggio.
I conti fatti sui soldi che non posso permettermi di spendere.
E che spenderò.
La testa già sul treno.
Il correttore per l'herpes.

E lui smette di rispondermi al telefono.
Per qualcosa come 12 ore.
In cui io non è che provo sempre.
Diciamo tre volte.
E due messaggi.
Poi, aveva lasciato il cellulare in camerino e finito i soldi. How much I miss you. Inshallah, ci vediamo domani. I'll came to the station.

Se era una balla va bene lo stesso.
Che un week end è un week end è un week end. Mica l'AmorEterno.
Ma io devo darmi una calmata.
Ne va del mio colesterolo.

domenica, maggio 13, 2007

Mio albero di ulivo, in palestinese, si dice Satun-ti.
Due alberi di ulivo credo si dica isnan satun.
Ma non ne sono sicura, e aspetto il prossimo week end per saperlo.

domenica, maggio 06, 2007

Alle 11 di sabato sera, io ero in un pulmino pieno di palestinesi, che guidava impazzito per le strade di Genova, ignorando i semafori rossi; che, voglio dire, quando hai a che fare con i check point poi mica ti preoccupi di un semaforo.
Ufficialmente, invitata come rappresentante della Gloriosa Compagnia Gramsci29. Di fatto, imbucata in una cena in casa d'altri, mi sono fatta perdonare preparando una macedonia con succo d'arancia e miele e parlando poi fino alle tre e mezza di tutto tranne che di teatro.

E ho scoperto di questa scuola a Betlemme dove fanno psicoterapia teatrale con i bambini. E mi sono fatta raccontare, e raccontare.
E poi di quando Mohammed parlava in un albergo con un tipo che poi è uscito e gli hanno fatto esplodere la macchina con un missile terra aria.
E poi di quando la compagnia AlHara doveva partecipare ad un festival in Francia.

E questa è la storia del festival, così come mi è stata raccontata. Esattamente come mi è stata raccontata.

So, de company had to go to Frans for dis festival. But Israel do a new low to say that palestinian less than 35 years old can't go out from palestin for no reasons. So the women went to frans and males start to wait and wait and wait and wait to have e special permission.
After 3 days waiting, they give us the special permission. But in de same days Giordania governement do another low to say No one palestinian can take a plane without giordan special permission. And we don't have it. So we paid 300 dollars each one to take a VIP taxi to go to giordania. And when we arrived in Giordania de police asked us: how U arrived?
By taxi!
And you paid?
Yes, 300 dollars each one!
It's criminal!
So, 3 days in jail. After 3 days we came back to palestine.
It was friday and on sunday we'll have de performans in Frans.
On saturday night the phone ring. It's the france ambassador. He says: Wake up and take a taxi to Giordania!
Are you crazy??? There is the "coprifuoco" (in italiano, ndr) and they shot us!
Trust me: I'm the ambassador.

So we take a taxi, we arrived to the airport, we take the plane and we arrived in Nice at 1915 on sunday.
At 1930 we were on stage.

E così via, facendoci sentire un po' scemi, noi con i nostri problemi di budget, di contatti e di scenografie poco funzionali.
Ed è finita che ho fatto le 3 e mezza a ridere con loro delle leggi e della vita in palestina e di tutte le volte che ai check point gli chiedono, seguendo il protocollo, Ma lei ha una bomba nello zaino?

Poi sono uscita da questa casa piena di palestinesi che dormivano, che sembrava la scena di Munich di Spielberg, ma senza armi, e ho fatto una strada lunghissima a piedi per arrivare a casa.
Lunga apposta, perchè genova stanotte aveva tutto quel profumo delle piante bagnate che si sente solo quando è notte e le macchine non si appropriano anche del nostro olfatto.
E vedevo tutte queste luci lontane, e questi profumi vicini.
E sono arrivata a casa alle quattro e mezza.
E fino alle cinque mi sono rigirata nel letto, tutta piena di racconti, di voglia di viaggiare, di vedere questi bambini che fanno teatro tra le bombe e poi, con un po' di fortuna, diventano grandi e ci ridono su.