lunedì, giugno 14, 2010



Ieri sono tornata in vico dolcezza.
A prendere il mio fouton, il mio materasso del fouton, la mia lampada a canna da pesca.
Ho preso tutto, ed è stato bellissimo riappropriarmi delle mie cose, con un corteo di mezzo chilometro attraverso i vicoli per portarli a casa.
Io ho portato la lampada.
Un Uomo ha portato tutto il resto. Ha fatto il maschio alfa, su e giù dalle scale, e infatti oggi ha la schiena incriccata.

Però, al di là del fatto che adesso ho un vero angolo nessie in casa, che l'amiu mi ha portato via l'orrido divano a fiori con la stessa gentilezza e la stessa soddisfazione degli iracheni il giorno che tiravano giù le statue di saddam hussein.
Al di là del gusto di vedere morire il divano a fiori e risorgere il fouton.
Al di là di questo, c'è questa cosa, secondo me, che quando lasci una casa poi non dovresti mai tornare a vedere che cosa ne hanno fatto le persone che sono rimaste, o che sono entrate dopo di te.
Perchè è spiazzante.
E' come rivedere i bambini della tua classe diventati adolescenti.
E' come la mia alunna che mi chiede l'amicizia su facciabuco con una foto in minigonna e lo status "fidanzata ufficialmente".

Una casa che è stata tua ti aspetti sempre di sapere cosa ci troverai dentro, qual'è il cassetto delle posate, in quale angolo si è accumulata la polvere, cosa puoi fare, cosa non puoi fare.
Ieri ho scoperto che, per esempio, non c'è più neanche un cacciavite, in vico dolcezza. Non una brugola. Non una chiave inglese.
Non me l'aspettavo.
La mia Stanza delle cose da maschio, un corridoio impolverato e pieno di attrezzi, lampadine, chiodi e viti, è diventato il pulitissimo angolo dei saponi. E io e Un Uomo non abbiamo potuto smontare il fouton e l'abbiamo dovuto portare intero.

Però, in compenso, nel cortile di Vico Dolcezza, ci sono dei mobili bianchi da giardino. E chili di piante che sembra il vietnam.
Il mio cortile, sporco e vuoto, è diventato la descrizione iniziale di un libro di Kipling, con i mobili bianchi e vittoriani e le piante con i fiori.
Non è brutto, eh. E' soltanto un'altra cosa, e un'altra casa.

Dal portone verde, che ha ancora il mio cognome sulla cassetta della posta, non cerca più di scappare il gatto signor siberia. Che è ovvio che sia così: il gatto signor siberia vive con me e tutte le sue maledette pulci che se ne fottono del frontline, nella casa numero quattordici.
Però ho aperto la porta, e un pezzetto del mio cervello si aspettava il mio gatto pulcioso e coccoloso. Che invece non c'era.
C'era una buganville.

Io non mi affeziono ai luoghi.
Ci passo in mezzo, ai luoghi. Ci passo, mi fermo, poi cambio.
Non mi affeziono ai muri e non mi affeziono agli spazi.
Io mi innamoro dei tempi, e delle persone.
Però tornare a casa mia e scoprire che ha cambiato carattere è stata una cosa a metà fra il fastidio e l'insofferenza.

E' come un bambino che gli fai fare per anni delle cose bellissime, il bambino più creativo della classe, quello che disegna gli uomini a tre teste e i fiori che fanno il pane, e poi lo rivedi da grande, ed è un ingegnere sistemista.
Che non è che non te l'aspetti, non è che pensi che grazie alle tue attività bellissime, tutti i tuoi bambini diventeranno degli Einstein, delle Margherite Hack, delle Frida Kahlo o dei Neruda.
Però ti sembra uno spreco, ti sembra che non c'entra con lui, ecco.
Per le case è lo stesso.
Un po' per l'ovvio contrasto tra le tue scelte e quelle degli altri.
Ma quello va beh.
Un po' anche, però, perchè ogni casa ha un carattere, e ogni inquilino si illude sempre di averlo colto in pieno, solo lui. Che solo lui può capirla, comprenderla e viverla a pieno, quella casa.
E' la stessa illusione dei fidanzamenti. E dell'educazione.

Così, tornare in vico cioccolatte e vedere la buganville, i mobili da giardino, la credenza con il servizio di piatti, i libri in ordine d'altezza, io non lo so, mi ha fatto l'impressione di un ex fidanzato che si bacia con una donna più brutta di me.
Che è una sensazione precisa.
Un po' di superiorità, un po' di dispiacere.
Quell'idea latente che le cose finiscono con te, che dopo di te il diluvio.
Invece poi non è mai così, ovviamente.
Le case cambiano, gli ex fidanzati si baciano con altre donne.
Arrivano le buganville, spariscono i cacciaviti. E tu torni in un altro tempo, in un altro spazio, con un altro amore, portandoti via il fouton.

venerdì, giugno 11, 2010



Ventitre e quaranta.
Letto sul soppalco.
Portatile.
Caldo.
Un gatto di fianco che ronfa.

Sono tornata a casa un’ora fa dopo quattordici ore di lavoro.
Quattordici e mezza, a dire la verità.
Ma ne ho segnate quattordici, sul foglio ore, che metterci la mezza mi sembrava di far dell’ironia.
La fine della scuola, gli studenti non si rendono mica conto di cosa voglia dire, mentre si tirano l’acqua e la farina.
Per noi vuol dire un’attività per dodici bambini per due pomeriggi di doposcuola a settimana per quattro settimane per nove mesi, circa, da recuperare, riordinare e mettere nel quaderno delle attività.
Quattordici ore di lavoro solo oggi.

Lavorare con i bambini io credo che se non sei un po’ scemo, un po’ folle, un po’ autolesionista e non condisci il tutto con un grande senso di responsabilità, è meglio se fai un altro lavoro.
Perché di tre che eravamo lì stasera a mettere in ordine fotografie ed elaborati, a scrivere l’appendice didattica e a decorare le pagine con i ghirigori, a nessuna ci è venuto in mente che potevamo anche non farlo.
Che potevamo andare a scuola, domani, dare i bacini della Buona estate e poi finirla lì.
Mettere i lavori in una cartellina e via andare.
Neppure quando abbiamo girato intorno alla boa delle dodici ore non stop, neanche durante l’inevitabile crollo post pizza.
Anche quando vedevamo allontanarsi la speranza di poter finire entro le nove, avevamo ben presente il diritto dei nostri bambini di vedere tutto il loro impegno raccolto, trascritto valorizzato e spiegato alle mamme e ai papà. E la responsabilità di essere noi quelli che dovevano custodire il loro lavoro di un anno e, alla fine, darlo indietro. L’importanza di conservare la fiducia in vista dell’anno prossimo.
Per questo lavoriamo con i bambini.
Sceme.
Autolesioniste.
Ma, in compenso, responsabili.
E’ un cocktail micidiale: ne uccide più dei barbiturici.

Così adesso sono a letto, sul soppalco, fa caldo, il gatto è sceso e miagola contro una farfallina della notte più veloce di lui.
Sono stanca come un monatto nella Milano del Manzoni.
Però adesso sono le 23.56 e ho ancora la forza di scrivere.
Qualcosa vorrà dire.
Se avessi fatto quattordici ore di qualsiasi altra cosa, di qualsiasi altro lavoro, sarei una donna depressa.
Invece non vedo l’ora di arrivare, domani, dai miei dodici piccoli ariani, e consegnare i quaderni.
Però.
Lo scolpisco sulla pietra eterna del blog.
Che sia chiaro.
Se l’anno prossimo, che i bambini diventano 22, la ragazza fuori moda lascia tutto il lavoro da fare alla fine, e pensa di avermi di nuovo in questo after hour della didattica, io lo giuro che la impicco ad un lampione e le appendo ai piedi tutto il mio senso di responsabilità e tutta la mia sana follia, per velocizzarne la morte.
Il mio autolesionismo finisce dove inizia quello degli altri.

lunedì, giugno 07, 2010



La misteriosa sparizione dei topi dai vicoli è una cosa bellissima.
E' la notizia più bella dell'anno.
Io giro, torno a casa, passo anche dai vicoli stretti, dai caruggi un metro e mezzo, e non ne vedo più.
Immagino che ci siano, da qualche parte.
Nel ghetto scommetto che ce n'è.
Però la diminuzione è sensibile.
E bellissima.
Quando sono andata a vivere nella casa numero quattordici, il comitato topi d'accoglienza era schierato, festoni, fanfare e code lunghe.
Ho anche pensato, ve l'avevo detto, di comprare una pistola ad ultrasuoni da tenere in borsa per tornare a casa.
Immaginavo l'estate, con i sandali e i piedi scoperti e ignudi, e mi vedevo terrorizzata e saltellante.
Con tutto che l'estate non è arrivata, e oggi ho le scarpe chiuse, come del resto ieri.
Ma soprattutto i topi sono spariti.

In compenso, però, c'è un compenso.
La casa numero quattordici è al primo piano.
Sotto di me, d'angolo, c'è la Stanza dei bidoni.
Che è come la stanza del buco, con la stessa luce azzurra, ma invece che i tossici ci si rifugiano dentro i bidoni della spazzatura, quelli della carta, quelli della plastica e del vetro.

Finchè la finestra della camera dela casa numero quattordici è rimasta chiusa, non mi sono accorta di quanto la Stanza dei Bidoni fosse oggetto di attenzione maniacale da parte degli spazzini.
E' lo struscio degli spazzini, quella stanza lì.
Solo ieri sono passati a pranzo con la macchina pulisci vicolo, a mezzanotte e mezza con i bocchettoni d'acqua, alle sei del mattino con il furgoncino della spazzatura. E qualche genio del male ha buttato via i vetri alle tre.
A ogni passaggio, di questo after-hour della pulizia, mi sono svegliata, ho svegliato Quell'Uomo borbottando e cacciando la testa sotto il cuscino, sono riemersa per il caldo, mi sono riaddormentata.

Quindi, riassunto.
La misteriosa sparizione dei topi.
Non può non essere collegata alla crescita esponenziale degli spazzini e delle loro meravigliose attrezzature.
E di questo, se è una scelta dell'amministrazione, se la sindaco ha deciso di investire nella pulizia dei vicoli, io non gliene sarò mai abbastanza grata.
Però sto perdendo in ore di sonno quello che ho guadagnato in rilassatezza da topo.
In sintesi, sono comunque felice, ma di quella felicità assonnata e un po' rincoglionita da abitante del primo piano.

venerdì, giugno 04, 2010



C’è una vicenda che definire marginale, in un momento come questo in cui in medioriente vengono distrutti tutti i diritti civili e di diritto internazionale, è poco.
Ma che sto trovando particolarmente interessante sulla base di una serie di riflessioni che vengono da lontano.
La vicenda è lo scontro verbale tra Alessandro Dal Lago, da una parte, e Flores D’Arcais e Sofri dall’altra, sulla questione Saviano.


Riassunto: Dal Lago ha scritto un libricino in cui sosteneva il diritto di poter criticare Saviano su alcune sue posizioni politiche o sociali. Flores D’arcais e Sofri hanno risposto sdegnati.

Mi rendo perfettamente conto della pochezza del dibattito.
Ma al di là del merito, io credo che Alessandro Dal Lago abbia perfettamente ragione su una cosa.
La santificazione non è una cosa di sinistra.
O almeno, non dovrebbe esserlo.
La santificazione, gli scudi alzati, l’acriticità non sono cosa nostra.

Io Gomorra l’ho letto.
E mi è piaciuto.
Ho letto anche il libro dopo, di Saviano, quello con la raccolta dei suoi articoli.
E l’ho trovato interessante.
Ben scritto, soprattutto.
Saviano è un bravo giornalista, un uomo da reportage.
Francamente, per essere italiano, io lo trovo nettamente superiore alla media.
Ma che sia un fine politico.
O un fine sociologo.
O un fine politologo.
Io non direi.

Adesso, il livello becero di questo paese ormai non permette una posizione complessa.
Siamo tutti manichei.
Io su Saviano ho una posizione complessa.
Penso che se un uomo rischia la vita per quello che ha scritto, e ha scritto delle cose belle, sia dovere di tutti fare il massimo per assicurargli la sopravivenza.
E, oggettivamente, un livello d’attenzione mediatica alto è una delle cose che garantiscono la sopravvivenza.
Quindi non mi piace chi dice che Saviano se ne approfitta, della notorietà.
Che si piange addosso.
Io credo che se a trent’anni vivi con la scorta puoi anche permetterti di piangere addosso.
Chi siamo noi per giudicare.
Però penso anche che una cosa è quello che fa lui, un’altra è come reagiscono gli altri.
Le folle osannanti io non le sopporto.
Ma sempre di più le vedo, a sinistra, anche tra i cosiddetti intellettuali.
Santoro, Saviano, Luttazzi, la Guzzanti.
A me sembra che se uno va in tv e dice delle cose più o meno di sinistra, il passaggio verso la santificazione acritica sia sempre dietro l’angolo.

Che se uno alza il pugno su rai tre lo fanno santo della rivoluzione.


Ho visto scene di intollerabile standing ovation per queste persone, e per molte altre, che sono tutte persone intelligenti e che, più o meno, mi piacciono tutte.
Ma l’acriticità mi spaventa.
Le standing ovation per il personaggio – e non per il contenuto di quello che ha appena finito di dire – a me fanno paura.

C’è un uomo che secondo me ha detto una cosa intelligente, al riguardo e non solo.
Neanche a farlo apposta, questa persona è Nichi Vendola.
Nichi Vendola ha detto che possiamo combattere quanto vogliamo il berlusconismo se non ci rendiamo conto che, in vent’anni, la gente, anche di sinistra, si è berlusconizzata.
Se non ce e rendiamo conto, abbiamo perso comunque.
Io credo che la gente di sinistra, se perde la critica, la capacità di criticare, il coraggio di criticare, abbia perso comunque.


C’è sempre stata questa differenza, nella sinistra.
C'erano quelli acritici, quelli del leader, TogliattiLongoBerlinguer, e quelli critici, quelli che hanno avuto il coraggio di rompere, di dire le cose scomode.
Quelli acritici, quelli di TogliattiLongoBerlinguer, adesso votano lega. Non tutti. Ma un sacco. Se non votano lega, firmano le leggi di Berlusconi.
Quindi non so se la situazione è peggiorata.
Forse è rimasta uguale, non lo so, diciamo che adesso si vede un sacco.

Io credo questo.

Che la critica sia una cosa di sinistra.
E vada difesa sempre.
Io, intorno al diritto alla critica, ci metto le guardie del corpo.

martedì, giugno 01, 2010

Ho vinto.
Sono riuscita a scrivere la seconda recensione per la rivista, dopo aver cambiato soltanto 37 incipit.
Dovevo rimanere dentro i 1800 caratteri, e ne ho scritti 1789. Santo Luigi Pintor.
Adesso la porto a casa di Quell'uomo e passo il vaglio del suo giudizio, poi la spedisco.
E a quel punto ho fatto quasi tutto quello che era nella lista del ponte del due giugno.
Ho più o meno pulito casa.
Ho comprato un antiparassitario al Gatto Signor Siberia.
Sono andata al Festival Andersen, dove ho visto delle cose belle, delle cose meno belle, una cosa bellissima. Ma soprattutto sono rimasta sdraiata ad occhi chiusi sulla sabbia della Baia del Silenzio, mentre Moni Ovadia cantava dal palco sul mare, ed è stato un momento che valeva tutte le ferie.
Ho tolto il piumone dell'inverno.
Ho donato del tempo alle coccole.
Sono andata alla grugliata di mio fratello figlio unico.
Ho trovato anche il tempo per la Litigata del secolo con quell'uomo, che quando litiga si trasforma nel figlio di Wanda Osiris e Carmelo Bene.
Però aveva ragione lui, che non esplode mai, e quando si incazza vuol dire che io ho davvero tirato la corda della sopportazione.
Così alle cinque del mattino gli sono piombata in casa con gli occhi del gatto di shreck.
Per questa volta ha funzionato.
Domani vado in barca a prendere il sole.

Ma c'è una cosa, soprattutto, che io e Un uomo abbiamo notato in questi giorni.
Che in questa città, in questo preciso momento, sembra che tutti si aiutino, siano gentili.
Non so, forse ci è successo solo a noi, di vederlo.
Ci è successa una cosa bellissima da panettiera, di tutti gentili, di tutti che offrivano il proprio posto in fila.
E poi al mercato della frutta.
E ancora, al posteggio dei motorini.
E in edicola, l'altro giorno.

Io non lo so se è la profezia che si autoavvera, o se è l'universo che si tiene per mano, come dicono le mie amiche fricchettone.
Ma c'è che da quando ho letto il libro da recensire, che parla della tendenza innata degli esseri umani ad aiutarsi, lo sto notando dappertutto.
Dappertutto tranne che al largo di Israele, of course.

venerdì, maggio 28, 2010


Non è un paese per giovani

Quelle dell'Istat le chiamano fotografie, e la fotografia di quest'anno è quella di un paese che annega, con l'unica consolazione che in una foto non si può vedere l'acqua crescere di livello. Quando l'acqua comincia a salire, dentro una nave, si cerca di montare su tutto quel che si trova, così ci si arrampica sopra le sedie, sopra i tavoli, si cerca l'uscita. Poi, quando arriva la disperazione si comincia a salire sulle spalle degli altri, spingerli sotto per restare su, pronti a difendersi da quelli che a loro volta si vorranno salvare.


Ecco: l'Italia di oggi annegando è montata sulle spalle delle nuove generazioni. È così che invano cerca di respirare ancora un paio di volte prima di sentirsi l'acqua salire oltre il petto. Loro, quelli che chiamano i giovani ma che in realtà arrivano fino ai trent'anni, se ne stanno fermi in posa dentro la foto, con involontaria ironia considerati campioni statistici, campioni in realtà soltanto nell'essere i primi a finire con la testa sott'acqua.


Li definiscono i Neet (Not in education, employment or training), sono più di 2 milioni, e sono inetti di fatto, persone finite in bonaccia ancor prima di prendere il vento, sospesi in una zona di mezzo tra la fine della formazione e il non inizio della vita lavorativa. Nella fotografia se ne stanno lì, immobili dentro le case dei padri, a testimoniare la fine farsesca del concetto di proletariato: se per i proletari i figli erano l'unica risorsa, ora sono i genitori l'unica risorsa dei figli. I figli se ne stanno lì, in casa fino oltre i trent'anni, aggrappati alle mammelle sfinite di madri che non ne possono più, di sentirli tirare. Gli hanno detto che lo stato è una cosa anacronistica, passata di moda, che l'unico modo per tutelarsi è rivolgersi a mamma e papà. Così li vedono uscire la mattina e tornare la sera con un pugno di mosche, invitati a formarsi da un paese che al tempo stesso però prende a picconate ogni giorno la scuola, butta tutto alle ortiche, trasforma in carta straccia i diplomi di formazione avvenuta.


Quello che allarma ancora di più, però, in questa foto di gruppo scattata dall'Istat, è che non sono solo i più giovani, ad annegare. Che i contratti precari sarebbero stati l'anticamera del licenziamento nei momenti di crisi, era una macabra ma facile previsione. Che però a perdere il lavoro sarebbero stati anche quelli delle generazioni dei padri, cassintegrati, licenziati o invitati ad andarsene prima del tempo, quello era uno spettro che non si voleva vedere. Adesso però li vediamo, ci hanno scattato la foto, e possiamo inserire anche questa dentro l'album di questi gloriosi anni zero. La foto è quella di un paese in cui i giovani sono sott'acqua, e però l'acqua continua a salire, giorno dopo giorno di qualche centimetro.

E nessuno dice niente, nessuno che alzi la voce, che chieda di riavere quel che gli era dovuto. Perché quando si annega il fiato è prezioso, e ciascuno è impegnato soltanto a salvarsi.


Le istruzioni sono chiare: montare sulle spalle di un altro, spingerlo sotto, ogni tanto controllare se dalla bocca dei figli, a mollo poco più sotto esce qualche bolla. E se non esce, non è tempo di piangersi addosso.
(Andrea Bajani, da Il Manifesto, 27-05-2010)

giovedì, maggio 27, 2010



L’anno scorso, al salone del libro di torino, Furio Colombo rispose molto intelligentemente a chi chiedeva come frenare il populismo di Brunetta.
Lui, uomo della fiat, rispose che se un lavoratore può fare il “fannullone” (termine da orticaria) la colpa è dei suoi dirigenti. E che colpire il lavoratore è inutile populismo, mentre uno stato o un’azienda dovrebbe controllare e incentivare i propri dirigenti, in una catena virtuosa.

Oggi, per la seconda volta in due settimane, mi sono trovata di fronte ad un incentivo al brunettismo, che sono riuscita a combattere solo con forza d’animo e la posizione del loto.
Prima, per l’ennesima volta, i bidelli della scuola dei dodici piccoli ariani, ci hanno impedito di portare i bimbi in una classe più grande perché loro “non possono pulire alle quattro e mezza un’aula grande. Quella si pulisce all’una”.
Poi, i guardiani delle sale del museo in cui stiamo portando – gratis – le classi di questa città, hanno interrotto il laboratorio urlando e distruggendo il materiale didattico, con i ragazzi presenti, urlando che “Il museo è come una chiesa e voi siete profani”.

Questi bidelli e questi guardiani hanno dei direttori.
Che, davanti alle loro richieste di lavorare sempre meno, sempre nello stesso modo, mettendo le loro esigenze lassiste e psichiatriche davanti al benessere dei bambini, hanno dei direttori che davanti a questo modo sempre autoreferenziale, i cui non si può aiutare un bambino che vomita in bagno perché “non è tra le mie mansioni a contratto”, davanti a tutto questo, hanno dei direttori che chinano la testa.
Che non sono capaci di affrontare una mediazione, un sano conflitto, o anche uno scontro.
Dei direttori che non dirigono ma, al massimo, coordinano.

Io credo che ognuno, ogni lavoratore, abbia il diritto di fare richieste sul posto di lavoro.
Questo è quello che mi distingue da brunetta, tra le varie cose. Credo sia un diritto poter richiedere qualsiasi cosa, anche che vorresti essere accompagnato a casa tutti i giorni da una limousine con autista.
Ma poi, sopra al lavoratore, c’è un altro lavoratore, più pagato di lui, proprio perché gli è richiesta una visione d’insieme. Una capacità di mediazione.
Un direttore che dica La limousine non abbiamo i soldi per dartela. Ma magari possiamo mettere a rimborso l’abbonamento dell’autobus. Oppure neanche quello. Mi dispiace, abbiamo i buoni pasto.
Un direttore che dica I bambini vomitano. Cosa facciamo, se vomitano? Li lasciamo da soli? Oppure troviamo qualcuno, tra i bidelli, a cui faccia meno schifo e ci affidiamo alla sua competenza? Non avere schifo per il vomito è una competenza. Se non si può riconoscerla economicamente, lo si può fare socialmente. Spesso basta e avanza.

Ci vuole un direttore che sia abbastanza forte da far passare che la scuola non può privilegiare il benessere dei bidelli, se il loro benessere intacca quello dei bambini, che sono i destinatari del lavoro di tutti.
Un direttore che sia abbastanza lungimirante da dire che se i musei sono chiese, senza neppure promettere il paradiso, sono destinati alla morte nel giro di una generazione.
Direttori coraggiosi, riconosciuti, forti, accoglienti.

Non è questione di diritti sociali, sindacalisti, brunetta, privilegi o coglioni.
E’ questione che in questo paese si urla sempre contro l’impiegato delle poste e mai contro l’amministratore delegato.
E invece io trovo che non si possa pretendere da un bidello con la terza media, una vita di merda, uno stipendio da fame, un lavoro ripetitivo, un gruppo di colleghi disarmanti, non trovo che si possa pretendere da lui la comprensione del valore didattico di un’aula accogliente.
Ma pretendo che il suo responsabile, non solo lo capisca, ma lo difenda e trovi il modo migliore per equilibrare le esigenze di tutti.

martedì, maggio 25, 2010


ILLUMINANTE

- Buongiorno, siamo educatori del Comune. Stiamo passando da tutti i commercianti del quartiere per compilare un questionario sulla percezione di sicurezza. Possiamo rubarle un minuto?

(...)

- Domanda 3: "Ritiene che la presenza di migranti influisca sulla sicurezza del quartiere? a) influisce positivamente (mi sento più sicuro). b) non influisce. c) influisce negativamente (mi sento più insicuro)".

- Mmmm... allora... Io sono di destra. Quindi dovrei rispondere c. Però non è che sia cambiato niente, da quando ci sono gli stranieri, quindi dovrebbe essere b. Però sono di destra. Quindi rispondo c. Si, c.

lunedì, maggio 24, 2010



Pranzo a casa.
Ho una voglia di lavorare, in questo periodo, che mi sento un macellaio vegano.
Aspetto il ponte come neanche i mafiosi a Messina.

Sono tornata a casa a mezzogiorno e mezzo con un tale scorno da 40 ore immersa negli adolescenti, che avevo voglia soltanto di mangiare schifezze.
Un diavoletto sulla spalla, RonaldMacDonalds, mi sussurrava Pastazza unta, Kebab, Pizza con le patatine, Cocacola.
Ma sull'altra spalla è apparso l'angelo della dietologa, con tutta la sua forza d'animo.
Così ho appena finito di mangiare un piatto di fagioli al sugo.
RonaldMacDonalds è un peso piuma, nei combattimenti dell'anima.

Il gatto Signor Siberia si mangia con gusto il suo pollo e carote bio, gentilmente donato dall'Infiltrato all'AlmaNature.
Alla radio Caparezza canta Un vero uomo dovrebbe lavare i piatti, dovrebbe lavare i piatti, dovrebbe lavare i piatti. Che è la canzone della mia storia d'amore.

Stiamo facendo i conti per vedere se ci possiamo permettere Cuba a settembre.
Cuba a settembre è l'idea più bella dell'anno.
Intanto perchè secondo me a settembre non lo dicono ancora, che Fidel è morto e lo fanno sorridere con i fili appesi.
E quindi dovremmo ancora riuscire a scamparci la marea revisionista.
Poi perchè tutta la vita che voglio andare a Cuba.
E ho appena consegnato le mie impronte digitali allo Stato, pur di avere di nuovo un passaporto.
A questo punto, mi si impone l'uso: non sia mai che mi faccio schedare per niente.
E anche.
Che se qui va proprio di merda.
Che ci vendono i fiumi e l'arena di Verona alla Nike, grazie al federalismo.
Che la legge bavaglio ci dobbiamo tutti abbonare a Topolino, per avere qualcosa da leggere.
Che i tagli allo spettacolo, andremo tutti al bagaglino.
Che i tagli alla scuola non avrò più un lavoro, perchè quale progettazione didattica puoi fare se non hai nemmeno i soldi per la carta igienica?
E avanti così.
Se qui è così, Cuba diventa un'idea bellissima e importante.
Perchè posso andare là a raccontare come si vive in una dittatura democratica.
E magari ci danno due consigli.
Di nuovo.
(Companeros, esta vuelta prendes appunti, eh...)

venerdì, maggio 21, 2010

Un piccolo inizio


C’era una volta una cosa bianca, e nient’altro. Era perfettamente rotonda e dura. Ed era anche molto grande, un po’ più lunga che larga. Diciamo lunga circa dieci o dodici metri. Era un uovo.

Da dentro l’uovo qualcosa bussò sulla parete dura. Come quando qualcuno bussa a una porta. Nessuno disse: Avanti! o meglio Uscite pure! Nessuno aprì.
Era una piccola donna.

Ebbe bisogno di tutta la sua piccola forza per fare un buco nell’uovo. La piccola donna si arrampicò fuori, stando molto attenta a non rovinarsi la gonna nuova proprio il primo
giorno. Dietro di lei seguì un piccolo uomo e dietro il piccolo uomo una piccola casa molto ben arredata, un giardinetto con roselline e cavoletti di Bruxelles, un galletto, una gallinella, un cagnolino che abbaiava molto poco, una piccola moto piuttosto rumorosa. Poi vennero un boschetto, un venticello e un piccolo lago con una barchetta, un bambinetto e un panino un po’ morsicato.
E poi ancora e ancora tutto il resto del mondo.


(Storie della creazione
di Jürg Schubiger, Franz Hohler)

mercoledì, maggio 19, 2010



Quando ci penso, che il tempo è passato, le vecchie madri che ci hanno portato, poi le ragazze, che furono amore,e poi le mogli e le figlie e le nuore,femmina penso, se penso una gioia: pensarci il maschio, ci penso la noia.
Quando ci penso, che il tempo è venuto,la partigiana che qui ha combattuto,quella colpita, ferita una volta,e quell...a morta, che abbiamo sepolta,femmina penso, se penso la pace: pensarci il maschio, pensare non piace.
Quando ci penso, che il tempo ritorna,che arriva il giorno che il giorno raggiorna,penso che è culla una pancia di donna,e casa è pancia che tiene una gonna,e pancia è cassa, che viene al finire,che arriva il giorno che si va a dormire.
Perché la donna non è cielo, è terracarne di terra che non vuole guerra: è questa terra, che io fui seminato,vita ho vissuto che dentro ho piantato,qui cerco il caldo che il cuore ci sente,la lunga notte che divento niente.
Femmina penso, se penso l'umano, la mia compagna, ti prendo per mano.

(Edoardo Sanguineti)

martedì, maggio 18, 2010



Se ti svegli una mattina alle 8, dopo che ti sei addormentata alle 2, ti prepari in fretta e furia e ti precipiti ad una riunione. Scoprendo che non c'è.
Se ti capita d'inverno è una cosa orribile.
Urticante.
Che hai tutto il freddo addosso, e la voglia di piumone, e magari la pioggerellina.
Oppure se ti capita d'estate, di primavera, ma in un posto lontano. Che devi prendere una macchina, un treno, una moto, due autobus, per arrivare. E quando scopri che la riunione non c'era, ormai sei a distanza di macchina, di treno, di moto o di due autobus da qualsiasi alternativa.
E' insopportabile.

Invece oggi.
Che mi sono alzata alle 8, dopo essermi addormentata alle 2, ho svegliato Un uomo che era in recupero ma si è alzato lo stesso, mi sono preparata in fretta e furia, e mi sono precipitata ad una riunione che non c'era.
Ma fuori c'era il sole.
E io ero a chilometri zero da casa mia, da casa sua, dall'ufficio e soprattutto dal centro storico.

Un Uomo è tornato a riprendermi con le acciughe nel sacchetto per la nostra cena.
E ci siamo fatti una camminata nella luce del mattino dei vicoli, fino a casa sua, passando per un caffè al ginseng, per il ferramenta, per le commissioni, per l'edicola.
Chilometri zero, ma un sacco di metri sotto il primissimo sole di maggio, per quest'anno.
Stamattina era la bellezzia dell'errore.

domenica, maggio 16, 2010



Domenica sera, casa di Un uomo.
Fuori i sampdoriani suonano tutti i clacson del mondo, noi siamo appena tornati da un aperitivo su una terrazza bianca affacciata sul mare.
Siamo usciti dalla casa numero 14 alle cinque e mezzo, abbiamo pranzato alle quattro, abbiamo fatto colazione all'una e mezza, ci siamo svegliati all'una.
Alle cinque e mezza, appunto, mentre i primi clacson iniziavano a suonare, noi ci siamo divisi nelle due case per sfamare i reciproci gatti che ci fanno le scenate di gelosia a giorni alterni, e alla fine ci siamo lanciati in motorino, direzione mareggiata.

La terrazza bianca è un posto che appena viene il caldo è inavvicinabile.
Ma adesso, che tirava un vento freddo e maiale, è il posto più bello del mondo.
Perchè Un uomo ha sangue tunisino, ma gli piace il freddo.
Quindi adesso, la terrazza bianca - che un po' sa di Puglia, un po' di Grecia, un po' di Tunisia e un po' di Baltico - è il posto più bello del mondo, con il vento freddo e maiale, sia per me che per lui.

Il tavolino più esposto alla mareggiata era troppo anche per noi, ma abbiamo scelto quello subito dietro, e abbiamo preso un aperitivo montagna russa, con i muscoli tesi a scattare ogni volta che l'onda minacciava di travolgerci.
Però abbiamo vinto e siamo tornati a casa infreddoliti ma asciutti.

Adesso ci sono i Toto nello stereo.
Un uomo canta in cucina mentre prepara il secondo pasto della giornata, in coerenza con la mia curva glicemica.
Il gatto Trippa mi guarda dal letto.
E io mi ritaglio un quarto d'ora di blog per dire che ci sono delle domeniche che ne vale la pena.

giovedì, maggio 13, 2010



Credo che il 15 di maggio, sabato, finirà il mondo.
E credo che lo sappiano tutti, tranne me.
Forse l'ha detto Minzolini al telegiornale.
Perchè tutti, tutti, hanno il 15 come scadenza per tutte, tutte le cose da fare.
E quindi, o il 15 maggio finisce davvero il mondo.
Nel qual caso, bella fine di merda, con una mattinata nelle classi soffocanti di ormoni adolescenziali e in un museo di sabato sera.
E se non finisce il mondo, invece.
Almeno che finisca questa settimana

lunedì, maggio 10, 2010



Ho una schiena che sembro pagina cinque della Settimana Enigmistica (innumerevoli tentativi d'imitazione).
Unisci i puntini.
Ho uno sfogo che sembro Don Rodrigo.
Una situazione da Lazzaretto, seppur circoscritta tra la spalla e il centro della colonna vertebrale.
Bolle rosse spuntate tra giovedi notte e domenica mattine. Brutte e schifose.
Tra me, Un Uomo, il Farmacista, la mamma al telefono, l'amica figlia del primario le abbiamo ipotizzate tutte.
Ragnetti.
Pulci.
Zanzare.
Allergia.
Alla polvere.
Ai crostacei.
La bresaola del Circolo Luogo dell'Anima andata a male.
Il fegato impazzito.
Gli ormoni.
La peste bubbonica.
Il vaiolo.
La lebbra.
L'aids.

Il mio medico, via mms, ha decretato.
Herpes.

Domani vado a farmi vedere, che va bene la tecnologia e il nuovo millennio, ma vorrei una diagnosi a meno di un chilometro dalla malattia.
Però, se ci penso, ci sta perfettamente.

Giovedi notte è successo di tutto.
Ho parlato al telefono con l'omm della tempesta.
Ho litigato, con l'omm della tempesta.
Per le solite cose che sono tre anni che ci litighiamo sopra.
Da fidanzati, da non fidanzati, da lontano, da vicino, al telefono, nei paesi baschi, in lombardia, in liguria, via mail.
Le sue scelte infantili - dico io - la sua vita - dice lui.

Quando è finita la telefonata sono stata malissimo.
Malissimo che così male era dalla Varicella, forse.
(a proposito).
Che mi è caduto addosso tutto, Perchè telefonargli, perchè dovermi ancora occupare della sua infantile scelta di vita autoreferenziale - dico io - della sua felicissima vita nella solitudine dei boschi - dice lui? Perchè continuare a pensare, ancora, ancora, ancora, che prima o poi sarebbe tornato con lo spazio per altro e non solo per sè?
Sono stata malissimo.
E a metà del mio pianto e i miei singhiozzi, ho parlato con Un Uomo.
Che ha attraversato i vicoli, ed è arrivato a casa mia in piena notte.
E per le successive 24 ore - con pause lavorative - mi ha ribaltata come un calzino.

Mi ha smascherata come un vero giocatore di poker sgama un baro da saloon.
Ha letto tutto il mio verbale, il mio non verbale, il mio benessere, il mio malessere, i miei casini, il mio modo di reggere sempre i fili delle storie d'amore come se io fossi pirandello e gli altri pulcinella.
Mi ha ascoltato per un'infinità di tempo.
E mi ha parlato relativamente poco.
Ma quando ha parlato lui, io mi sono sentita come gli ebrei delle storielle davanti al Rabbino.

Mi ha guardato e mi ha detto.
Benissimo.
Questa sei tu.
I tuoi casini.
I tuoi irrisolti.
Il tuo uomo ideale.
Il tuo Professor Baher.
Il tuo immaginario.
Le tue delusioni.
Le tue ansie.

E poi ci sono io, mi ha detto.
Allora, se nella tua testa, e nella tua pancia c'è spazio solo per te.
Per te e i tuoi casini, i tuoi irrisolti, il tuo uomo ideale, il tuo professor baher, il tuo immaginario, le tue delusioni e le tue ansie.
Se tu pensi che le storie d'amore le decidi tu prima. Dove iniziano, dove finiscono, dove portano.
Se tu pensi di essere Pirandello e che io sia Pulcinella (questa è mia, ma insomma).
Se è questo che sei.
La scrittrice delle tue storie d'amore.
Allora io me ne vado.
E mi dici se alla fine l'assassino era il maggiordomo.

Se invece.
Se invece nel tuo cervello e nella tua pancia c'è posto per un'altra persona.
Per un altro Pirandello che vive le cose, e le vive per come sono e non per come dovrebbero essere.
Se lasci lo spazio a me di vivere le cose, di deciderle, anche. Se mi lasci lo spazio di stupirti e di annoiarti, eventualmente, se mi lasci lo spazio di essere metà attiva della nostra storia d'amore.
Allora resto.

Eravamo al ristorante cinese.
Io ho mangiato un totale di due anacardi, tre gamberetti e un gambero fritto.
E ho deciso che sarebbe restato.
Ci ho messo qualche ora, e ancora una notte di pensieri.
Ma ho deciso che lo volevo, un altro pirandello.
Che ne ho le palle piene di gente da trattare come pulcinella.

Non senza fatica.
Non pensiate che la nessie sia donna che ammette facilmente le sue mancanze.
Non pensiate che la nessie sia una donna che si riconosce facilmente i fallimenti.
Non pensiate che essere scoperti così platealmente a barare sia cosa da nulla.
Non pensiate che si passi indenni attraverso il catrame e le piume.

E' sicuramente Herpes.

giovedì, maggio 06, 2010



Riunione.
Tra le varie persone presenti, un raro caso di maestra attiva e presente.
Sessant'anni tutti.
Una vita nella scuola.
Qualche intervento sparso da cui si percepisce l'impegno, la costanza, l'attenzione.
Io penso Aveccene, di maestre così.
Poi finiscono le cose importanti da dirsi.
E parte la lamentela.
Ormai le riunioni del terzo settore sono così.
Si regge botta per tutto il tempo, si sorride, si parla di cose che funzionano, di progetti, di piccoli successi.
E poi, nell'ultimo quarto d'ora, si butta la maschera.
I soldi che non ci sono.
Il disagio sempre maggiore.
I genitori che non ce la fanno.
Il Comune inadeguato.
I servizi sociali che arrancano.
Questa era la volta de Le maestre sempre più ignoranti.
Che è vero.
E' drammaticamente vero, e non è tutta colpa loro.
Ma comunque.
La maestra presente alla riunione.
Quella intelligente.
Quella che Aveccene.
Dice Ah, io adesso dirò una cosa che non vi troverà d'accordo.
Ma la colpa di tutta questa ignoranza, tra le maestre, di tutta questa incapacità, è del '68.
Queste sono figlie del '68, per questo che sono così ignoranti, così incapaci.
E lo dico io che ero in piazza, eh.
La scuola allo sfascio è colpa del '68.
Così siamo usciti dalla riunione con almeno un quarto d'ora di ritardo.
Perchè abbiamo tirato su gli scudi e pezzetto dopo pezzetto, le abbiamo detto che era una cazzata.
Generazionale, innanzitutto.
Queste sono le maestre cresciute con Jovanotti e con Dallas, mica in corteo.
E poi perchè tutto si può dire, ma non che il '68 premiasse l'ignoranza.
E che poi queste maestre siano dell fricchettone, proprio non direi.
Non sono autorevoli.
Ma sono autoritarie.
Sono dittatoriali.
E incapaci.
Come si fa davvero a pensare che queste siano le conseguenze del '68?
E infatti, questa maestra, che poi è intelligente, anche se è stanca e scoglionata, poi ha ceduto.
Si, in effetti, sono nate nel '68, ma sono cresciute negli anni 80.
Appunto.
Sono le figlie del riflusso, queste. Reagan, Craxi.
Mica che sei figlio dell'anno in cui nasci, sei figlio del decennio in cui cresci.
Sembra che abbiamo abbastanza vinto, che l'abbiamo convinta.
Mi sa che adesso ci sta ripensando.
Ma anche io, ci sto ripensando.

E, sempre più spesso, mi trovo a dire Ma se persino le persone intelligenti pensano delle cazzate.
Delle enormi cazzate.
Che sono false, che sono una cosa a metà tra la leggenda metropolitana e lo sbaglio.
Se persino quelle intelligenti sono così.
Gli altri?
Come sono gli altri?

E mi viene da pensare che Bush ci ha vinto le prime elezioni con questa storia del '68 causa di tutti i mali, dall'economia alla scuola.
Poi ha fatto la guerra al terrorismo, così ha vinto anche le elezioni dopo.
E penso che ci serva un santino da portafoglio.
Un Santo Protettore che ci difenda dalla semplificazione, dalle leggende metropolitane, dal senso di colpa che fa sragionare questa inadeguatissima generazione di adulti.
Non so.
Santa Controinformazione?

martedì, maggio 04, 2010

Tuttolibri, stasera, su prospettivaranocchio


Ho freddo.
Perchè, ovviamente, i maglioni li ho già messi via tutti, in un raptus domenicale casalingo.
E oggi qui fuori è marzo.

Nella casa numero quattordici non ho traslocato neanche un ombrello, quindi stamattina sono andata alla riunione mensile alla fine del mondo con la sciarpa sulla testa. Ma, come voi razionali avrete già capito, non è servito a molto e sono arrivata bagnata come un grizzly nel fiume, con la stessa grazia, la stessa bellezza e anche lo stesso buonumore.

Adesso, però, sono a casa perchè dovrei lavorare stasera. Educativa di strada dalle 18.00 in poi.
Ma, se dio vuole, appunto, piove e diluvia.
E gli adolescenti, che tutto si può dire ma non che siano funghi o lumache, con la pioggia se ne stanno belli chiusi in casa, rendendo inutile l'educativa di strada delle 18.00.
Così forse oggi pomeriggio sono in recupero di un lavoro serale che non farò.
Meraviglioso governo ladro.

Così adesso digerisco le meravigliose melanzane alla parmigiana di Un uomo, faccio una doccia calda e poi uso questo pomeriggio libero per andare dagli sbirri a dire che mi hanno rubato il passaporto.
Dieci anni fa, me l'hanno rubato.
Ma sembra che per farne uno nuovo devo rifare la denuncia.
Le dodici fatiche di asterix.

A dover scegliere, credo che andrò dagli sbirri che abitano di fronte al circolo Luogo dell'anima. Così, tanto per fare un po' la p.r.
In generale, però, pensare di uscire di casa sotto la pioggia per infilarmi in una caserma non è un'idea che proprio mi renda gioiosa.
E' la sindrome da G8.

Però, oggi.
Con le dimissioni di Scajola.
Di nuovo.
C'è tutto un altro gusto, ad andare in caserma.

domenica, maggio 02, 2010



Due maggio, pomeriggio, tre e mezza.
Ho lavato il bagno, ho messo i maglioni nella scatola dell'inverno, ho messo le lenzuola in lavatrice, ho lavato per terra.
Ho passato in padella i porri e le bietoline con un po' di pepe nero e un filo d'olio, ho aggiunto la ricotta, ho steso la pasta sfoglia nella pirofila.
Devo aspettare che finisca la lavatrice per accendere il forno, altrimenti salta la luce.
Dal computer Capossela canta All'una e trenacinque circa.
Il gatto Signor Siberia guarda fuori dalla finestra come una vecchia pensionata impicciona.
Sono qui. Io e una domenica libera.
Volevo partire, uno dei prossimi week end.
Avevo fatto un sacco di piani.
Sognavo il Marocco o l'Olanda.
Ma ho scoperto oggi che avevo un solo week end scarico, ed era questo.
Volevo essere Philip Fogg e mi ritrovo Cenerentola.
A volte il regista della mia vita infierisce con cinico umorismo.

Credo che dirò al padrone della casa numero 14 che pensavo, alla fine, di non andarmene così presto come avevo preventivato.
E che si mi toglie questa merda di divano a fiori, potrei addirittura pensare ad un contratto per un anno.
Anche se non mi ci stanno già più i libri.
Nonostante non possa farmi il silchepil mentre va la lavatrice.
Questo anche perchè i topi sono scomparsi.
La prima settimana sembrava che il vicolo brulicasse.
Poi sono spariti.
Non so, magari è stato il comitato d'accoglienza.
Forse il freddo li ha decimati.
Forse hanno lasciato il pianeta, subito dopo i delfini e decisamente prima che noi umani potessimo anche solo accorgerci della superstarada che i Vogon stanno per costruire passando attraverso la Terra.
Ma tanto che problema c'è? Mica ci servono i Vogon: abbiamo già la British Petroil.
Comunque i topi non ci sono più.
O, se ci sono, sono ben nascosti.
Così ho pensato di proporre al padrone di casa un accordo: sparisce il divano a fiori, come sono spariti i topi, e io garantisco la mia permanenza per un anno.
Un anno è un sacco di tempo.
Il padrone di casa dovrebbe apprezzare la rarità dell'evento: un'imprevista nessielungimiraza.
Da Philip Fogg a Cenerentola a Simeone lo stilita.
Dice il regista della mia vita che, a trent'anni, si può anche trovare imprevedibilmente comoda persino una colonna.
E sedercisi un pochino su.


giovedì, aprile 29, 2010


"...perchè, in questa storia d'amore, sembra che giochiamo al pampano randomico"
(Quell'uomo. Due del mattino di settimana scorsa)

mercoledì, aprile 28, 2010

Non sarà certo una rinuncia da guadagnarci il Paradiso, ma volevo mettere agli atti che, pur di trovare un momento per scrivere il blog, non sto lavando i piatti.
Neanche oggi.
Quelli in fondo alla pila sono lì da sabato.
Ma per fortuna sono pochi. Finchè non esondano dal lavello è solo un allarme giallo.

Stamattina, alle 6.30, è arrivata nella casa numero 14 la prima zanzara della stagione.
Io, che non sento mai niente quando dormo, che possono anche ballarmi sulla faccia fred astair e ginger roger senza che io mi svegli, le punture di zanzara, ne basta una che non dormo più.
Così mi sono passata la mattina presto accoccolata con il gatto signor siberia che, come me, un po' sonnecchiava e un po' si svegliava e mi guardava sbuffare per il prurito.
Poi mi sono alzata e sono riuscita comunque ad arrivare in ufficio in ritardo, che sono passata a portare la colazione e il manifesto a 40 centesimi a quell'uomo lì, che entrava all'una, beato lui.

Poi, finita la mia solita collana di riunioni, mi sono cucinata un hamburger bio mentre sfogliavo il catalogo dei premi della coop.
Avrei bisogno di 2000 punti in più per il ricarica batterie solare.
E 6000 punti in più per il silchepil nuovo.
Però mi bastano i punti per fare le donazioni in beneficenza.
Com'è questa cosa che, meno soldi uno ha da spendere, più sceglie di dare i suoi punti in beneficenza?
Dovrebbe essere il contrario.
Tu che spendi 400 euro all'anno ti regaliamo il ricarica batterie solare, che sicuro non te lo potrai comprare mai.
Tu che invece ne spendi 10.000, cosa te ne fai del silchepil? Ne avrai già almeno 4. Facciamo che i tuoi punti li diamo a Medici Senza Frontiere.
Mica dico i premi dell'esselunga, che non danno la maternità alle lavoratrici, figurarsi il silchepil ai consumatori a basso reddito.
Ma alla coop.
No?
Scommetto la testa di Bondi che ci stanno.

martedì, aprile 27, 2010


Ieri, alla fine, il computer si è rifiutato di andare su internet.
E oggi ho saltatellato tra riunioni che neanche Dick Fosbury.
Riusciranno, domani, i nostri eroi, a scrivere qualche riga di senso?

lunedì, aprile 26, 2010


Ero partita con tutto un discorso serio sul senso di comunità regalato da questo week end, tra i prati di Campenave e i balli popolari in periferia.
Avevo già scritto dieci righe, con un'aria da sociologa.
Ma sono le 13.23, alle 14.00 ho un autobus che mi porta da dodici adolescenti in pieno boom ormonale primaverile e ho pensato che non posso essere sociologa in mezz'ora.
In mezz'ora si scrivono cazzate.
Le storie belle, le fiabe così come le storie d'amore o gli articoli di approfondimento, i saggi, i romanzi, hanno bisogno di tempo dedicato. Non si scrivono in mezz'ora o nei week end.
Così, visto che adesso ho solo mezz'ora, scrivo dieci righe stupide come queste.
Ma stasera, che me la prendo tutta per me, prima faccio l'orlo dei jeans, ma se poi mi funziona per caso la chiavetta internet, mi dedico del tempo.
E scrivo un post molto serio e molto divertente, spero.
Come una storia d'amore.

venerdì, aprile 23, 2010



Ma ditemi voi se è possiamo lasciarla da fare a Fini, la rivoluzione, a cavallo del 25 aprile.
Io sono un po' inorridita, di tutto questo applaudire davanti ad un gioco di potere tra post fascisti.
Proprio in questi giorni.
In questi giorni in cui in ogni piazza dovrebbe risuonare Il piave mormorava...
(Ah ah ah. Battuta. Che non fa ridere per niente).

Però stamattina.
Che mi sono presa una mattina libera, dopo due settimane da farsil il segno della croce coi gomiti, dopo un pomeriggio in autostrada tra genova e savona cercando di recuperare il vino bianco per il Circolo Luogo dell'Anima mentre due macchine andavano a fuoco in galleria, prima di un week end fatto di tre concerti tre e turni al bar della periferia, dopo notti insonni, dopo una telefonata isterica della zia della mia ragazzina preferita, dopo un laboratorio a scuola inventato sul posto, dopo sogni deliranti e pianti irrefrenabili dalla pissipissibaucologa.
Però stamattina.
Che mi sono presa una mattina libera.
E fuori pioveva e dentro, invece, era la più lunga delle colazioni a letto.
Però stamattina dicevamo, con l'uomo che devo anche decidere come chiamare in queste righe, dal momento che ormai è ospite costante di questo blog, nonchè della casa numero quattordici. Insomma.
Stamattina.
Che mi sono presa una mattina libera e lui non lavorava.
Nella più lunga delle colazioni a letto dicevamo che, alla fine, succederà questo.

Fini farà tutto un partito dove finisce la destra, il centro e la destra del pd.
Noi a quel punto candidiamo vendola, con la sinistra e quel che rimane di sinistra nel pd.
E non vinciamo mai più.
Qualcosa del tipo loro al 70% e noi quel che rimane.
Torniamo alla prima repubblica dei momenti bui.
Loro che governano e noi che facciamo l'opposizione.
Un'opposizione forte, pressante, lontana dal governo ma presente nelle coscienze.
Con pochi risultati legislativi ma una spinta forte dal basso.
Dicevamo, con quell'uomo, che è così che andrà e che una volta ci sarebbe sembrato un programma ben triste in cui sperare.
E stamattina, invece, quasi quasi ci sembrava una buona idea.

martedì, aprile 20, 2010



E così, siamo sopravvissuti anche al Congresso Nazionale.
Abbiamo eletto un presidente che nessuno lo sta a sentire quando parla, un presidente che lascia il carisma sul comodino quando esce la mattina, ma che almeno non dice delle cose stupide.
Sempre che qualcuno riesca a stare sveglio abbastanza da accorgersene.
Abbiamo eletto un presidente che dimostra che non siamo per il leaderismo, ecco.

Per il resto, è stato un congresso bellissimo, io mi sono divertita un sacco, che sembrava di essere il patto Molotovribbentrop, con tutti gli accordi in corridoio, le riunioni divise, le mozioni.
Sembrava uno spettacolo teatrale.
Sembrava il Parlamento.

In tutto ciò, però, ho saltato per la seconda volta di seguito il week end e quindi sono qui che sono quindici giorni che lavoro e sono vitale come una panissa in una friggitoria alle sei di sera.
La casa ha accumulato la polvere in mia assenza, il frigo è vuoto e sconsolato, il gatto signor siberia è costretto a mangiarsi il riso con le zucchine e il pesce perchè tanto non c'è altro, c'è poco da lamentarsi.
Sono stanca di una stanchezza primaverile, ma come se fossero due anni che è primavera.
Due anni che la primavera non ha bussato, è entrata sicura e io ho smesso di dormire.
E' un momento che mi iscriverei ad un corso di massaggi soltanto per avere una buona scusa per addormentarmi su un parquet con qualcuno che mi fa pressioni sulla schiena.
Che andrei persino in Islanda, per scappare dalle scadenze.

Con tutto che ho un uomo che mi aiuta in ogni cosa, che mi viene a prendere, che mi lava i piatti, che mi cucina mentre mi faccio la doccia, che mi stende i vestiti, che mi ritira la roba se piove.
Non me lo ricordo come facevo, prima.
Questo uomo dice che io sono Bill Clinton e lui Monica Lewinsky ma giura che non tiene nessuna vestaglia nel freezer.
Io, Bill Clinton e Monica Lewinsky preferirei di no, ma è vera una cosa.
Che mi sento come se la mia vita avesse invocato l'impeachment.



mercoledì, aprile 14, 2010


Si sta come in Primavera in un ufficio pre-congresso nazionale

martedì, aprile 13, 2010

giovedì, aprile 08, 2010

Ho scritto di mensa, di iscrizioni e diritti su prospettivaranocchio.blogspot.com

martedì, aprile 06, 2010



Sparire dal mondo, a piccole dosi, non è poi così difficile.

Sono partita, giovedi, con lo zaino che compie quest'anno i 15 anni di vita e i circa due milioni di viaggi, per andare a fare la volontaria al Cirtical Wine di Montaretto, che è una cosa bellissima in un posto bellissimo.
A Montaretto non prende la omnitel, se non in unico punto dietro la chiesa e al bivio con il murales dello sciopero al contrario. Del resto non prende neppure la Tim, la Tre, e poco la Wind. Ci si parla via radio. O a voce, ovviamente.
E un posto solo ha internet: l'ostello.

In compenso, però c'è La casa del popolo, c'è il campetto da calcio Lenin, c'è il campeggio dell'Anpi, c'è il Critical Wine, c'è il pranzo sociale del Primo Maggio, c'è la vista più incredibile, c'è le stelle, c'è i bambini che girano da soli, c'è il calcetto, c'è un sacco di gente meravigliosa. E quindi c'è che è facile arrivare il giovedi e dimenticarsi del resto del mondo fino al lunedi sera.
Durante il Critical Wine ci sono i produttori, i figli dei produttori, i volontari, i musicisti, la gente del paese, i vecchietti, i cuochi, gli aiuto cuochi, i dj, quelli che passano di lì.

Io, quest'anno, ero volontaria.
Ho fatto volantinaggio alle 5 terre.
Sono stata alla cassa a vendere i bicchieri.
Sono stata al bivio a bloccare i milanesi che volevano scendere con il suv in paese.
Sono stata in cucina a lavare i piatti.
Sono stata promossa sul campo da lavapiatti ad aiuto-aiuto cuoco, con un'emozione che neanche quando mi hanno eletta al congresso provinciale.
Ho fatto colazione la mattina con fette biscottate e tajin, davanti al cielo più bello del mondo.
Mi sono scolata sotto il temporale.
Mi sono fatta un mazzo tanto con i piatti.
Ho conosciuto un milione di persone che non vedrò più.
E un milione che vedrò ancora.
Ma soprattutto, sono stata volontaria.
Che è una parola bellissima.
Che è una parola tremendamente fuori moda.
Ma che se dovessi dirvi qual'è la mia parola del 2009-2010, questa parola sarebbe Volontaria.

C'è un senso grande, in questo andare ad aiutare senza guadagnarci nulla, se non, appunto, la condivisione e il divertimento, che la nostra generazione aveva dimenticato.
Tutti impegnati ad arrabattarci dietro la vita, ci siamo dimenticati della bellezza di fare le cose per il gusto di farle.
Parafrasando Benedetto Croce (e De Andrè) credo che la mia generazione si sia ad un certo punto convinta che tutti siano volontari, fino a 18 anni, e che dopo rimangano a farlo soltanto gli eroi e i cretini.
Non è così.
E' un parametro diverso.
Ci sono delle cose, degli eventi, dei luoghi, dei momenti, che non potrebbero esistere senza i volontari.
Il Critical Wine è uno di questi, il Circolo Luogo dell'Anima è un altro, e chissà quanti altri ce n'è.

Il Critical Wine ci va un milione di persone, che parlano, che scoprono un modo diverso di vivere, che parlano con i produttori, che bevono un caffè alla casa del popolo, che aspettano pazienti il turno per mangiare, che ascoltano della bella musica, che semplicemente stanno in un posto bellissimo per 5 ore.
Questa cosa è importante.
In questo mondo di casino e depressione, è una cosa importantissima.

Io, in quatro giorni, mi sono sentita orgogliosa di poter dare una mano ad una cosa così.
Con tutti i limiti, come sempre.
Ma con l'idea precisa che ci sono delle cose che non c'entrano nè con i soldi nè con la fatica, ma c'entrano con la qualità della vita.
Lo scopo comune, l'aiuto, l'ironia, il cazzeggio e la serietà, il senso, la politica. Sono le cose che abbiamo perso, e che a Montaretto si trovano ancora.
Sono cose di sinistra.
Sono LE cose di sinistra.

Io credo che dobbiamo tutti tornare a fare i volontari.
Per noi stessi, principalmente; e, di conseguenza, per gli altri.
Oppure il contrario.

giovedì, aprile 01, 2010



Io mi sento che questo paese è il bicchiere mezzo vuoto.
Perchè qualcosa c'è, sul fondo, se guardi bene controluce.
Sacche di resistenza, pensieri sparsi, piccole speranze, bagliori di intelligenza.
Però c'è che tutte queste cose insieme sicuramente non riempiono il bicchiere, e che anche a guardarle uno non riesce comunque ad essere ottimista.
No, ottimista proprio non mi sento.
Penso che cinque anni di Cota in Piemonte non serviranno a svegliare la gente, ma a renderla soltanto più aggressiva, più incazzata, più stronza e autoreferenziale.

Ma non è che c'è qualcuno che lo vuole, questo nostro nord?
Piemonte, Lombardia, Veneto. Non è che c'è qualche acquirente interessato, non so, l'Austria?
Non è che possiamo fargli votare di nuovo l'anschluss?
Facciamo una lista di quello che ci dispiacerebbe vedere andare via.
Ad esempio, secondo me, ci teniamo Brà e lo Slow Food. Ci teniamo gli aironi del Ticino. Ci teniamo Ca' Foscari, i fiori di Loto di Mantova, il Salone del Libro, il Festival della Letteratura. I Valdesi, anche, ce li teniamo. E la Litizzetto. Ci teniamo Paolo Rossi, Dario Fo, Gino e Michele. La biennale di Venezia. Paolo Conte, non so, forse glielo possiamo lasciare. Ci teniamo Capossela. Il Davide Van De Sfroos mi sa che glielo lasciamo e poi io mi prendo i dischi d'importazione. Compriamo un souvenir del duomo di Milano prima di chiudere le frontiere. Ospitiamo tutti i No Dal Molin e le loro pentole. Il circolo arci La Scighera. Il museo del cinema. L'originale del Quarto Stato. Qualche bottiglia di dolcetto, da nascondere come i sigari cubani a Miami. I bradipi dell'oasi di sant'alessio. Il lago di garda.

Tutte queste cose le salviamo prima dell'annessione.
Tanto sono cose che a loro non interessano.
Ma gliene lasciamo altre.

Possono tenersi la polenta, la Bagna Cauda, le gondole, le radici cristiane, Magdi Allam, la Stampa, la Fiat, il giardinetto davanti a casa, i turisti giapponesi, le borse di Prada, i centri commerciali, i cinema con lo stesso film in sei sale diverse, malpensa, le classi separate, la sanità privatizzata, le tangenti dell'Expo, gli stadi delle olimpiadi invernali, la tav, i poligoni vicino a Padova, Gentilini, Formigoni, la Moratti, il figlio di Bossi, Cota. Le centrali nucleari e gli ogm.
Gli lasciamo Brunetta, anche se non l'hanno voluto neanche loro, ma per punizione.
Gli lasciamo la memoria corta, il razzismo, la cocaina, Salò, Via Bettino Craxi martire, la Tyssen Krupp. Queste cose gliele lasciamo tutte. Che non si dica che siamo egoisti. Gli lasciamo Milano 2, Milano 3. Voghera e Max Pezzali. Laura Pausini e Massimo Boldi. Gli lasciamo le ronde, ovviamente, i gratta e vinci, gli studi televisivi e CL.
E, guarda, sono pronta a lasciargli anche il Cenacolo, se giurano che se ne vanno.

Poi, magari, ci andiamo in vacanza.
Tra qualche anno, passaporto alla mano, andiamo a vedere come si sta nello stato federalista del nord italia.
Ci mangiamo la bagna cauda, polenta osei e una bottiglia di dolcetto con lo stesso gusto di un gulash in ungheria.
E magari scopriamo che stanno bene, così.
Che si sono tenuti quello che interessava a loro e non sentono la nostra mancanza, nè la mancanza di quelli che sono scappati da noi, nella Repubblica Ligure della Val D'Ossola.
Magari scopriamo che stiamo tutti meglio, con loro annessi all'austria e noi di nuovo in un paese dove la cultura e la socialità sono i metri di paragone della vita.

Quasi quasi lo popongo a Bersani: se non possiamo più credere nella rivoluzione, almeno possiamo credere all'anschluss.

mercoledì, marzo 31, 2010

...più delle idee che vanno a morire
senza farti un saluto
di una canzone popolare
che in una notte come questa
ti lascia muto...
è una notte in Italia, se la vedi...

domenica, marzo 28, 2010

venerdì, marzo 26, 2010

-signurì,scusi se glielo chiedo,ma la vedo lì che legge il manifesto. Ma la puntata di santoro di ieri su quale canale è che la davano? - credo solo su sky,sa. Perché la rai l'ha censurata. - già. Che disastro,che disastro,quest'italia. Ma sa cosa le dico,signurì, che se la prossima volta,invece del souvenir del duomo,ci tirano la madonnina,ma tutta intera,quella d'oro,io poi posso anche morire felice.

mercoledì, marzo 24, 2010


Dice gli svizzeri che Il Cisalpino l’è mea un treno svizzero.
Dice che è qualcosa in compartecipazione italiana, e si vede.
Ma per me, salire sul Cisalpino a Milano Centrale, è come il detective di Roger Rabbit quando entra a Cartoonia, come Dorothy che passa dal Kansas al Paese di Oz.

Milano Centrale io, questa volta, l’ennesima volta, ci sono arrivata su un regionale venticinque minuti di ritardo, con i sedili rotti e lo sporco da carbonio 14.
A Milano Centrale, questa volta, l’ennesima volta da quando hanno tolto le panchine perché così non ci dormono i barboni, tutta l’umanità era un piedi in attesa che il tabellone partorisse gli orari.
A me, l’umanità in piedi in attesa a Stazione Centrale, sempre mi ricorda la foto scattata a piazza Venezia il giorno dell’entrata in guerra.

A Milano Centrale c’erano dieci ragazze vestite di bianco che regalavano la cocacola light. E soltanto intorno a loro si potevano individuare dei rari sorrisi. Perché tutto il resto, invece, questa volta, l’ennesima volta, era solo nervoso, urla e telefonini.
Il caffè costa un euro e venti, il cappuccino due euro, l’edicola non dà informazioni. Al piano terra è sorto un centro commerciale, con gli stessi negozi della fiumara, con le stesse vetrine, con le stesse offerte.

Esco per cercare un bancomat.
Metto la testa nell’edicola.
Tra i giornali sono appoggiati tre passerotti.
L’edicolante alza lo sguardo da Libero, caccia via i passerotti, mi dice Uccelli di merda. Ma qui devono venire, a rompere i coglioni?
Poi mi indica il bancomat. Che ha cinque sportelli.

Quando torno in stazione il Cisalpino è sul binario.
Supero cinque ragazze tristi alte tre metri e venti, accompagnate da altrettanti cinquantenni firmati GianfrancoFerrè e salgo sul treno.
Dentro cambia il setting.
E’ come tuffare la testa sotto l’acqua mentre i vicini danno una festa.
Dentro al Cisalpino tutti parlano a voce bassa.
Anche gli italiani.
Anche quelli di Como, per dire. Quelli che magari prima avevo visto sbraitare al telefono mentre stringevano la borsa al passaggio di tre ragazze rom.
Però lì si adeguano al contesto.
Un contesto di gente che legge, che mette la vibrazione al telefono, che parla piano, che guarda fuori dal finestrino.

Allora io mi dico che il setting è tutto.
Il setting, in Italia, in questo momento, è inospitale, è brutto, è sporco, è depresso, è claustrofobico.
Capisco che il mio amore per la Svizzera ha tanto a che fare con la possibilità di pensarsi e collocarsi in uno spazio accogliente. Se vale per gli ospedali, per le classi, per gli asili, per gli uffici, per i centri commerciali. Se tutti lo dicono, che si sta meglio, si produce di più, in un posto bello. Se vale per i negozi, perché non dovrebbe valere per i paesi?

E così arrivo a Mendrisio.
E dico Ho fatto un viaggio meraviglioso, sul Cisalpino.
Ma va? - mi rispondono – pensa che il Cisalpino funziona così male che le ferrovie Svizzere hanno accostato un treno che fa la stessa tratta, da Chiasso a Zurigo. Ma pulito e in orario.

martedì, marzo 23, 2010

...e resto solo coi pensieri miei...


Vi dico cosa vorrei stasera.
Vorrei non aver lavorato undici ore.
Vorrei capire perchè il signor siberia non mangia.
Vorrei il teletrasporto.
Vorrei affacciarmi dalla finestra e vedere il trenino del monte generoso.
Vorrei essere tornata a casa trovando l'uomo della mia vita che mi ha cucinato una cena succulenta senza carboidrati.
Vorrei non avere mangiato un minestrone tiepido mentre vi invitavo agli eventi del week end al Circolo Luogo dell'anima.
Vorrei di nuovo essere ad accendere un camino per sedirmici davanti a leggere Paolo Nori.
Vorrei non avere lavorato un'ora di più per ascoltare uno sbirrio che si vantava dei suoi progetti di riqualifica urbana a pagamento.
Vorrei avere un buon film da vedere stasera.
Vorrei non essere seduta su un divano polveroso a fiori piazzato qui dal mio padrone di casa.
Vorrei che non mi facevano più paura i topi.
O almeno vorrei essere capace di fare come mi ha detto la mia amica ChiaraSvizzera, che arrivo all'imbocco del vicolo, faccio un urlo di battaglia, tiro la stellina di supermario e sono immune dalla fobia fino al mio portone.
Vorrei capire se davvero stanno avviando alla prostituzione una delle mie ragazzine, come ipotizzano i servizi sociali e vorrei capirlo in fretta.
Vorrei confondere più spesso CasorateSempione e ArsagoSeprio.
Vorrei comprare un sacco di vestiti primaverili.
Vorrei Sinistra e Libertà al 65% nazionale, settimana prossima.
Vorrei un antivirus prima che questo portatile esploda.
Vorrei dei grattini sulla testa, un massaggio alla schiena, un bagno caldo.

lunedì, marzo 22, 2010


Tornata dalla Svizzera.
Come al solito, ho seminato briciole di cuore tra il Canton Ticino e la Liguria, e adesso che sono tornata mi manca un pezzo.
C'è un filo che mi lega, fortissimo, e devo solo capire come ascoltarlo.
Domani ve ne parlo.

martedì, marzo 16, 2010


Elezioni regionali.
Scrivo adesso questo post, lunghissimo, così avete il tempo di rimuginarci, dire che non siete d'accordo, scatenare il dibattito e avere ancora il tempo di andare a votare.

Inizio col dire che meno male che non abito in Lombardia.
Se abitavo in Lombardia col cazzo che scrivevo questo post, perchè io Penati non lo votavo neanche se l'alternativa era Goebbels. E la prossima volta gli sgomberi dei campi rom li fa fare alla lega. Se ero in Lombardia mi toccava votare Agnoletto e Rifondazione Comunista. L'avrei fatto, ma sicuro non avrei scritto un post per convincervi.

Se abitate in Puglia, invece, beati voi. Non servo certo io a convincervi a votare.
Già vi vedo, sorridenti e radiosi in attesa che controllino il vostro documento per poter andare a votare Vendola. E non ci vorrà la settimana enigmistica per trovare le differenze con noi che voteremo Burlando, la Bonino, la Bresso...

Però adesso la smetto di fare l'invidiosa e vi racconto le cose sul serio.
Intanto vi racconto come funzionano, queste elezioni regionali, che se mi si elegge Commissario Politico, poi io i ruoli li rispetto.

Funziona che ci sono dei candidati presidente con dei partiti che li sostengono.
Si può votare solo il candidato presidente, il candidato presidente più un partito (anche disgiunto: un candidato di c.sinistra e un partito di c.destra, ma perchè mai dovreste farlo?), o ancora il candidato presidente, un partito e una preferenza, tra i nomi in lista. La preferenza e il partito non possono essere disgiunti.
Esempio.
Prendiamo il Lazio.
Potete votare la Bonino e basta.
Potete votare la Polverini e basta.
Potete votare la Bonino e i Verdi.
Potete votare la Bonino e la Lega.
Potete votare la Polverini e i Verdi.
Potete votare la Polverini e la Lega.
Potete votare la Bonino, i Verdi e Angelo Bonelli (sono andata a vedere, eh. Non è che so a memoria i capolista dei Verdi).
O ancora la Bonino, la Lega e Di Biagio Arianna.
E, infine, la Polverini, i Verdi e Angelo Bonelli.
La Polverini, la Lega e Di Biagio Arianna.
Questa è la teoria. Sono stata abbastanza neutra?

La pratica.

La pratica è che io sostengo fortemente Sinistra e Libertà, a queste elezioni.
Anche a quelle prima, a dire il vero.
Ma la degenerazione di Rifondazione, la volta scorsa, non era così evidente. Dopo i cartelloni con le scarpe fetish e gli uomini in mutande, invece, io veramente non concedo più nulla, a quel partito. Non la lungimiranza, non la proposta alternativa, non la difesa dei diritti. Non mi fido più. Mi dispiace, che è un pezzo della mia storia, ma mi sembra veramente che rifondazione sia cascata mani e piedi nella malattia infantile del comunismo, che è l'invidia.

Sinistra e Libertà, invece, più li conosco più mi sembra che siano persone che è tutta la vita che fanno politica, nei modi più diversi.
Quelli dei movimenti, quelli delle associazioni, quelli del volontariato, quelli dei movimenti ecologisti, il popolo viola, il popolo arcobaleno, l'acqua pubblica, ateiagnostici, no nucleare, coordinamento precari, ricercatori... Mi sembra che siano persone che hanno sempre fatto la politica dal basso e che adesso si rappresentano e autorappresentano in un partito. Che è il modo sano in cui nascono i partiti, secondo me.

Allora, in merito alle Regionali, ecco il mio pensiero.
Non è vero che tutti sono uguali.
Lo diceva anche De Gregori, che è solo un modo per convincerci a restare chiusi dentro casa quando viene la sera.
Dipende se tu guardi la persona o la coalizione.

Noi abbiamo un sistema che ci impone di guardare i leader. Burlando e Biasotti. Bonino e Polverini. Il candidato di destra del Piemonte che non so chi è e la Bresso.
Se la vedi così, e loro vogliono che noi la vediamo così, certo che le differenze sono minime.
Ma cosa pensiamo, che uno arriva a fare il candidato presidente in regione, a capo di una coalizione di partiti e partitini senza essere un uomo moderato e intrallazzone?
Tra Biasotti e Burlando la differenza non è poi molta.
Ma la coalizione è un'altra cosa.
Tra un assessore alla scuola della Lega e uno di Rifondazione, tra un assessore all'ambiente di Forza Italia e uno dei Verdi c'è comunque un abisso.
Perchè non è il leader che decide, alla fine.
Questo lo fanno credere perchè è più facile arrabbiarsi con una persona che con una coalizione. Così poi ti cambiano la persona e tu ti illudi che sono cambiate le cose.
Ma noi siamo persone intelligenti.
E secondo me è il momento che la smettiamo di pensare quello che vogliono farci pensare.

Questa è la mia linea politica (Lombardia esclusa):
alle regionali si vota, si vota il candidato di centro sinistra e - all'interno della coalizione - si vota a sinistra. Secondo me Sinistra e Libertà, ma se preferite anche Rifondazione.
Si dà una struttura forte e di sinistra alla giunta.
E poi si presidia, sempre.
Non che se li votiamo poi dobbiamo starcene.
Ma chi se l'è inventata questa cosa? Chi l'ha detto che se li votiamo gli diano carta bianca? Se lo dite ad un padre costituente gli viene un infarto.
E comuqnue sono sempre dell'idea che parlare con uno stupido assessore del Pd non sia comunque come parlare con un idiota della Lega.
Con tutto quello che penso del Pd.

Infine, per quello che riguarda la Liguria.
Sinistra e Libertà ha fatto una scelta, in Liguria.
Si chiama sostegno esterno.
Vuol dire che appoggia Burlando, ma nei contenuti.
No al nucleare, acqua pubblica, risorse alla scuola, salario minimo.
Se Burlando ad un certo punto decide che le cinque terre sono il posto ideale per una centrale nucleare, Sinistra e Libertà esce dalla giunta.
Io credo che questa sia una posizione politica non solo condivisibile, ma anche di grande forza.
E di coerenza. Io mi sento tranquilla a votare e a far votare Sinistra e Libertà, come si diceva una volta senza imbarazzarsi.

E così finisco il mio pippotto politico dicendo che questa è la mia opinione e il mio voto.
Ma che soprattutto la democrazia è una roba a cui stare dietro.
Come gli affetti, come le amicizie.
Non è facile. E' complicata, la democrazia.
Altrimenti non sarebbe così affascinante.

lunedì, marzo 15, 2010



Casa numero quattordici.
Ci sono.
Ho dormito ieri per la prima volta sul soppalco, con un uomo che mi ha fatto i grattini sulla testa fino all’ultimo granello di veglia, e poi se n’è andato, tirandosi dietro la porta sulla mia ricercata solitudine.
Oggi ho passato la domenica a svuotare i miei trenta scatoloni di vita. Mi mancano soltanto quelli della cucina.
Ho fatto la prima spesa al supermercato sotto casa.
Ho preso il primo caffè al bar.
Aspetto martedi per la presentazione ufficiale in edicola.
Ho una casa che tutto sommato, a 30 ore dal trasloco, è molto più vivibile di vico dolcezza negli ultimi due mesi.
Ho posto per tutto, e qualcosa ancora avanza.
Nei prossimi giorni devo mettere in ordine rigoroso i libri, che sono il piccolo spazio alla mia compulsività ossessiva. Per genere, per autore, per formato.
Stamattina, prima del supermercato, avevo il frigorifero di uno yuppie: torte salate cucinate dalla mamma vino bianco e spumante. Adesso ho il latte, le uova, i sapori, l’insalata e un avanzo di brie lasciato dall’uomo dei grattini, che oggi è tornato a cucinarmi un pranzo da Famiglia Italiana, mentre io svuotavo scatole e piantavo chiodi, alla faccia delle differenze di genere.
Adesso che è mezzanotte di domenica, ho la colonna di pulp fiction bassa bassa, un silenzio meraviglioso, nessuno che torna, nessuno che si sveglia per andare in bagno e mi passa dietro la schiena strofinandosi gli occhi e bofonchiando Ancora sveglia?
Quando sono andata a vivere da sola per la prima volta, sei anni fa, ho passato le prime notti guardando film fino alle 6 del mattino.
Ho visto Novecento di Bertolucci, tutto, tra mezzanotte e le sei di un giovedi notte.
Avevo ventidue anni, vivevo con dei coinquilini orribili – La Seppia, Il Marines e La Camionista – e guardare i film fino alle sei del mattino senza che nessuno mi chiedesse nulla mi sembrava la più grande delle sperimentazioni di libertà. Ero una studentessa universitaria sotto tesi. Potevo permettermi di spegnere il telefono per non accettare le supplenze che mi facevano pagare l’affitto, se avevo guardato tutti i film con Gian Maria Volontè fino all’alba.
Potevo non sentirmi in colpa ad alzarmi alle tre, cucinarmi un purè con la carne macinata e mettermi a scrivere di Scuole e Partigiani.
Adesso che ho sei anni di più è solo mezzanotte ma è il momento di spegnere il computer, salvare il post che pubblicherò domani e andare a dormire, che domani ho le mie ragazzine.
Ma vado a dormire con questa splendida sensazione di solitudine avvolgente. Una sensazione che si impara ad apprezzare soltanto ad un certo punto, dopo le Seppie, i Marines, le Camioniste, le Mogli e le Ragazze fuori Moda.

mercoledì, marzo 10, 2010


V.M.18


- Cioè e quindi ce l'ho detto che, porcattroia, mica che mi poteva trattare così, la stronza, la rottinculo. Ce l'ho detto Oh prof, cazzo vuoi, cosa pensi che non c'ho i cazzi miei più importanti da pensare che stare dietro alla tua merda di lezione del cazzo?
-oh, minchia, cioè, che coraggio. Io mi cago nelle mutande, a parlare ai prof. Che poi, boh, magari è perchè sono una femmina, cioè, non so, però proprio cioè mi trovo con le mutande sporche di mmmerda a parlare coi prof.
-No, minchia, cazzo dici? Devi averci coraggio, devi averci. Io prima o poi ce lo dico. Ci dico Prof, se non la pianti te lo infilo nel culo finchè non c'hai un'altra spina dorsale.
- Ah ah ah minchia Gian, sei troppo fico. Cioè, veramente che ce lo andresti a dire alla prof?
- Oh, cazzo, porcodddio, certo che ce lo andrei a dire. Cazzo mene?
- No, infatti, cioè, basta con sta cosa che ti caghi nelle mutande davanti ai prof. Cioè, sono dei rotti in culo sfigati di merda. Non si meritano altro che sprangate nei denti.

(4 adolescenti tra i 13 e i 15 anni sul 18 barrato).

martedì, marzo 09, 2010

...ho lavorato 11 ore...

domenica, marzo 07, 2010



Ho un'ora di solitudine casalinga prima di dover raccogliere ogni forza residua e andare a lavorare.
Ho quindici scatole pronte per il trasloco.
Ho un metro quadrato di pluriball sul pavimento, con cui gioca il gatto Signor Siberia, dimostrando che il pluriball è irresistibile per ogni essere vivente.
Ho un congresso alle spalle dove sono stata eletta nel comitato provinciale, con mia grande sorpresa.
Ho un uomo con cui è bello svegliarsi la mattina.
Ho Petra Magoni che canta Colour cafè nel computer.
Sei giorni di distanza dal mio bilocale.
L'acqua per la pasta sul fuoco.
Un inverno che non passa, fuori dalla finestra.
Un presidente della repubblica che ha fatto l'ennesima porcata, dopo il sostegno all'invasione dell'ungheria, e la TurcoNapolitano.
Il Manifesto della domenica dimenticato in ufficio cinque minuti dopo averlo comprato.
Un appuntamento per chiarire chili di dinamiche improbabili.
Un letto da smontare, un credenzina da riparare, un permesso ztl da chiedere ai vigili, un gatto che in questo momento mi cammina sulla tastiera.
Una voglia di scrivere che ha prodotto questo inutile post.
Una previsione di viaggi che mi porterà, in un mese, in Svizzera, a Roma, a Montaretto, ai seggi elettorali.
Un post in cantiere per spiegare a chi volesse un po' di quelle cose delle elezioni che non si sanno mai, tipo le preferenze e le soglie di sbarramento.
Una lavatrice da fare, una domenica che vorrei abitare sull'oceano per andarlo a vedere grigio e gigantesco, con il cielo che c'è oggi. Un mare come quello tra San Sebastian e Santander.
Un'offerta di viaggio in barca a vela.
Una gatta che mi odia, un gatto che mi coccola.
Un calcolo veloce della mia vita accumulata, in trentacinque scatoloni.

giovedì, marzo 04, 2010



Quando un'associazione va a congresso, tutti i suoi dirigenti sono perdonati per assenze e latitanze grazie alla formula magica "Scusatemi, è che siamo a congresso".

Ho un sacco di ragione per essere latitante da questo blog.
Ma, invece che produrmi in spiegazioni vi dirò soltanto Scusatemi, è che sabato c'è il congresso.
(salacabula megicabula bum!)

Ci vediamo lunedi.

lunedì, marzo 01, 2010

1 marzo 2010
Sciopero degli stranieri