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venerdì, settembre 28, 2007



DI ADOLESCENZA E RIFLESSIONI

C'era un sogno costante nella mia prima adolescenza, un desiderio fortissimo che vinceva la medaglia di bronzo nel mio podio mentale, terzo per pochi decimi di secondo dietro alla speranza di diventare un'osannata rockstar saltellante sul palco di wembley e quella di vincere il premio nobel per la letteratura prima dei vent'anni, che poi si era troppo vecchi.
Questo sogno da medaglia di bronzo era andare a vivere a Milano.

Io la mia prima adolescenza era il 1993.
E nel 1993, a Genova, esaurite le colombiadi, c'era il palasport dove si lamentava dell'acustica persino Guccini, le spiagge inquinate dove non mi piaceva andare e qualche pizzeria per le feste di classe.
A Milano, invece, c'era tutto.
Io ascoltavo Radiodigei nelle cuffie del walkman, rintanata sotto le coperte, e scoprivo di concerti, di mostre, di locali aperti tutta lo notte. E poi, un pochino più tardi, scoprivo di Leoncavallo, di manifestazioni e Dario Fo e Paolo Rossi e mi sembrava che tutto fosse lì, a Milano.
Così mi sono precipitata in treno più di una volta, con scuse e amiche di penna improbabili da andare a trovare, fotografie sotto il portone di radio digei e urla al premio italiano della musica, al Rolling Stone.
Si, lo ammetto con un po' di vergogna, sono stata un'adolescente completamente cretina.

Però andavo a Milano, e questo bastava a convincermi sempre di più che chi se ne frega del nobel per la letteratura: io appena finisco le superiori la mia terra promessa è a un'ora e mezza di treno.
Ho visto nascere il berlusconismo, nei miei viaggi di qualche ora o qualche giorno. In particolare in un'estate afosa ospite di un'amica di penna a Milano 2, dove si parlava di Silvio come fosse un amico di famiglia.

Poi è successo che io e Milano ci siamo un po' dimenticate. Io, presa nel vortice del mio primo amore infinito, ho iniziato a scoprire Torino e Roma, ma soprattutto a veder rinascere Genova, che riapriva i suoi vicoli a noi ormai tardo adolescenti con gli anfibi viola che andavamo a ingurgitare vinello sfuso e pane curracao alla Maddleine, convinti che fosse una nostra invenzione.

Con Milano ci siamo riviste saltuariamente, per qualche corteo del 25 aprile, quello del 1994 contro il primo governo Berlusconi, con tutti i partigiani in prima fila e la pioggia infinita e grigia. Ma anche gli anni dopo: il 25 aprile è Milano.
Poi una volta al Leoncavallo per un incontro tra Centri Sociali, che avrebbe potuto essere ovunque, tanto il fumo tappava le finestre e non si vedeva ad un centimetro dal naso.
E qualche concerto che si arriva con il buio e l'adrenalina, e si riparte con il buio e il sudore che si congela sulla schiena.

Il 2000 mi è passato davanti senza più incontri approfonditi con Milano. Scendevo a Pavia, quando avevo voglia di Lombardia. E nel mio periodo di interviste ai partigiani, scendevo dal treno, mi facevo ingoiare dalla metropolitana, e risbucavo a Bande Nere o al Giambellino, sempre in ritardo, sempre concentrata su microfono e appunti. Milano era solo una parentesi delle mie interviste.

E' finita che ci siamo rivisti nel 2005, io e Milano, per il corteo sull'autodeterminazione della donna.
E il sole era un disco pallido e grigio sulla stazione centrale.
E il corteo era bello e colorato, ma i colori venivano assorbiti dallo smog dei palazzi cupi, dalla fretta delle persone che bestemmiavano per il ritardo, dai baristi sulla porta a difendere le vetrine.
Roma, Genova, Bologna hanno sempre riflesso i colori dei cortei, si sono sempre lasciate trasformare dal fiume di persone, hanno risuonato di fischi e slogan. Milano, da quel 2005, mi è sembrata impenetrabile, come una maglia di ferro dei crociati.

Mercoledi scorso, a Malpensa, ho perso la navetta per Milano, e quindi l'interegionale del ritorno.
Pioveva, faceva freddo e tutti erano incazzati.
Io ho fatto un altro biglietto, a Stazione Centrale, e poi ho cercato il bar dove sempre mi sedevo ad aspettare quando ero in anticipo.
Il bar non c'è più. Quello grande, in fondo, con i tavolini sempre sporchi, non c'è più.
Allora ho cercato le panchine. Hanno tolto anche le panchine.
Quelle sui binari ci sono ancora ma non si può accedere al binario fino all'arrivo del treno. Questione di sicurezza.
Niente panchine.
Bar ce ne sono tanti. Ma tavolini neanche uno.
E il bagno lo paghi settanta centesimi.
Ho aspettato cinquanta minuti in piedi sotto il tabellone delle partenze.
Con me aspettavano anche i passeggeri di un treno in ritardo di 110 minuti.
Quelli seduti erano quelli con le valigie rigide.

Il valore delle panchine non è soltanto quello dell'attesa, che già è un valore importante.
Si legge, sulle panchine, e ci si sbaciucchia da adolescenti, e ci si abbraccia, e ci si riposa, sulle panchine.
E' dove ci si incontra, dove si chiacchera, dove si dorme quando non si ha una casa.
Le panchine sono il luogo dove una città si ferma e respira.

...La sparizione delle panchine dalla stazione di Milano, non è avvenuta in una data precisa. Sono cose che misteriosamente accadono... come la comparsa dei biscotti Togo al cioccolato. Tutto è cambiato.
Alle panchine della stazione e a tutti i compagni caduti bisognerebbe dedicare una piazza davanti ad un ipermercato.

mercoledì, marzo 24, 2010


Dice gli svizzeri che Il Cisalpino l’è mea un treno svizzero.
Dice che è qualcosa in compartecipazione italiana, e si vede.
Ma per me, salire sul Cisalpino a Milano Centrale, è come il detective di Roger Rabbit quando entra a Cartoonia, come Dorothy che passa dal Kansas al Paese di Oz.

Milano Centrale io, questa volta, l’ennesima volta, ci sono arrivata su un regionale venticinque minuti di ritardo, con i sedili rotti e lo sporco da carbonio 14.
A Milano Centrale, questa volta, l’ennesima volta da quando hanno tolto le panchine perché così non ci dormono i barboni, tutta l’umanità era un piedi in attesa che il tabellone partorisse gli orari.
A me, l’umanità in piedi in attesa a Stazione Centrale, sempre mi ricorda la foto scattata a piazza Venezia il giorno dell’entrata in guerra.

A Milano Centrale c’erano dieci ragazze vestite di bianco che regalavano la cocacola light. E soltanto intorno a loro si potevano individuare dei rari sorrisi. Perché tutto il resto, invece, questa volta, l’ennesima volta, era solo nervoso, urla e telefonini.
Il caffè costa un euro e venti, il cappuccino due euro, l’edicola non dà informazioni. Al piano terra è sorto un centro commerciale, con gli stessi negozi della fiumara, con le stesse vetrine, con le stesse offerte.

Esco per cercare un bancomat.
Metto la testa nell’edicola.
Tra i giornali sono appoggiati tre passerotti.
L’edicolante alza lo sguardo da Libero, caccia via i passerotti, mi dice Uccelli di merda. Ma qui devono venire, a rompere i coglioni?
Poi mi indica il bancomat. Che ha cinque sportelli.

Quando torno in stazione il Cisalpino è sul binario.
Supero cinque ragazze tristi alte tre metri e venti, accompagnate da altrettanti cinquantenni firmati GianfrancoFerrè e salgo sul treno.
Dentro cambia il setting.
E’ come tuffare la testa sotto l’acqua mentre i vicini danno una festa.
Dentro al Cisalpino tutti parlano a voce bassa.
Anche gli italiani.
Anche quelli di Como, per dire. Quelli che magari prima avevo visto sbraitare al telefono mentre stringevano la borsa al passaggio di tre ragazze rom.
Però lì si adeguano al contesto.
Un contesto di gente che legge, che mette la vibrazione al telefono, che parla piano, che guarda fuori dal finestrino.

Allora io mi dico che il setting è tutto.
Il setting, in Italia, in questo momento, è inospitale, è brutto, è sporco, è depresso, è claustrofobico.
Capisco che il mio amore per la Svizzera ha tanto a che fare con la possibilità di pensarsi e collocarsi in uno spazio accogliente. Se vale per gli ospedali, per le classi, per gli asili, per gli uffici, per i centri commerciali. Se tutti lo dicono, che si sta meglio, si produce di più, in un posto bello. Se vale per i negozi, perché non dovrebbe valere per i paesi?

E così arrivo a Mendrisio.
E dico Ho fatto un viaggio meraviglioso, sul Cisalpino.
Ma va? - mi rispondono – pensa che il Cisalpino funziona così male che le ferrovie Svizzere hanno accostato un treno che fa la stessa tratta, da Chiasso a Zurigo. Ma pulito e in orario.

domenica, gennaio 06, 2008



IL PRIMO PENSIERO PESSIMISTA DELL'ANNO.

Prendo la navetta per l'aeroporto del ritorno alle 3 di notte da Victoria Station. Tre italiani cercano di salire senza biglietto
All'immortaccitua, non c'ho più una lira non c'ho, lo voi capì che devo stare all'aeroporto per tornà a Roma e nun c'ho più una lira, a'autista dimmerda.
Sorry Sir, you need a ticket. I've been in Italy, but here it's london, it's different. You need a ticket. E chiude le portiere.
Mentre si scusa con gli altri passeggeri per il ritardo, i romani tempestano di pugni la porta dell'autobus. L'autista chiama la polizia.
Alla fine i romani pagano. C'avevano la lira. E una di loro si chiamava Cassiopea. Tanto per.

Arrivo a Bergamo.
Poi alla Stazione Centrale di Milano, dove faccio colazione.
In coda con me per lo scontrino ci sono tre rumeni. Pagano setteeuroecinquanta per tre caffè e tre brioche piccole.
Bevono il caffè, mangiano la brioche e se ne vanno.
Il barista tira su con schifo le tazzine dal bancone e dice Col lanciafiamme bisognerebbe ammazzarli questi schifosi.

Mi siedo per terra ad aspettare il treno perchè, come già sapevo, a Milano sono sparite le panchine e la sala d'attesa sembra una rosticceria alla vigilia di natale.
Arrivano due poliziotti Signorina non può sedersi per terra. E' proibito.
Scusi, e dove posso aspettare?
Se vuole fuori c'è un mcdonald's.

Il treno parte con venticinque minuti di ritardo. Trenitalia si scusa per il disagio, si è rotto il locomotore.
Arriva il controllore. La gente gli urla in faccia Bastardi, vi dovrebbero licenziare tutti.
Lui passa dritto, occhi bassi.
La gente parla di tasse e rivolte.


E' un esperimento scientifico.
Provate a disabituarvi all'italianità, per qualche giorno.
Una volta tornati, avrete la netta impressione che questo paese ci stia esplodendo sotto il culo.